Career? Away!

Career Away: questa la scritta comparsa davanti agli ingressi del CAREER DAY, stanotte, per sanzionare l’evento organizzato dall’Alma Mater, e che ha riempito le strade della zona universitaria questa mattina.

Da giorni infatti leggiamo sui giornali la retorica dei vertici universitari che si vantano di questa occasione e delle presunte possibilità che essa regala ai neolaureati. Quasi un rituale vuoto che prova a nascondere il vero volto del mercato del lavoro, fatto di precarietà e sfruttamento. Sappiamo che molto spesso, prima di arrivare ad avere un contratto senza garanzie in un’azienda, abbiamo davanti una trafila di stage non retribuiti; un po’ come succede con i tirocini compiuti durante il percorso universitario: lavoro gratuito sul quale enti e aziende fanno affidamento, molte volte per non dover assumere e pagare altri lavoratori.

Non siamo capi di bestiame da proporre ai migliori offerenti e nemmeno ignoriamo come si entra nel mercato del lavoro: la verità è che conosciamo troppo bene le condizioni che esso ci propone, grazie anche alle ultime riforme, e vogliamo denunciare il ricatto della precarietà e della flessibilità.

Abbiamo aspettative, competenze, desideri e non siamo disposti a svenderli o ad accontentarci di posizioni inferiori. Il ministro Fornero ci chiamerebbe “CHOOSY”, termine che utilizzò già lo scorso autunno. Se essere choosy significa non essere più disponibili a fare compromessi sui propri diritti, ebbene sì ci dichiariamo a gran voce i più choosy di tutti: siamo stanchi di fuggire; vogliamo affrontare la precarietà sfilandola dal dramma delle nostre biografie per trasformarla in un punto interrogativo che esige risposte sul futuro di questo paese.

Nello stesso giorno, l’Alma Mater (dis)orienta i giovani che si stanno per diplomare, presentandosi e mettendosi in vetrina con la sua offerta formativa e i servizi, dimenticando però le condizioni materiali in cui versano le famiglie italiane, i numeri degli abbandoni e il calo dell’immatricolazione che fanno il palio con la crescita del tasso di disoccupazione.

Pagare le tasse è quasi impossibile e studiare lontano da casa si è trasformato in un miraggio. Il diritto all’abitare, con migliaia di fuorisede che ogni anno arrivano a Bologna, è riservato a pochi. Le borse di studio sono sempre più difficili da ottenere e le riduzioni delle tasse non guardano solo al reddito ma hanno come criterio anche il merito, calcolato secondo parametri che di sicuro non rispecchiano le forme di vita attuali, in bilico fra lavoretti saltuari e formazione. Ultima novità della collezione 2013 in fatto di tagli al diritto allo studio: l’eliminazione dell’assistenza sanitaria per i fuori sede che chiude il cerchio andando a toccare anche un diritto di base, come quello alla salute.

Davanti ad uno scenario della formazione universitaria così avvilente e preoccupante, innanzitutto proviamo a rimettere al centro i problemi reali, di studenti e giovani precari dentro la crisi, disvelando la falsità della narrazione istituzionale che, vestita elegante, si presenta alla Fiera delle illusioni.

In più, guardando al rovesciamento delle condizioni di povertà, proviamo a cercare le risposte alle nostre esigenze materiali: il reddito di cittadinanza diventa uno strumento di welfare necessario per costruirsi un futuro, per smarcarsi dai ricatti del “qualunque lavoro purché sia” e dalla logica del “meno peggio”.

Vogliamo una vita degna di essere vissuta e vogliamo riprenderci quello che ci stanno togliendo!

Làbas

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