Làbas is back

Làbas is back.

Làbas riprende a scrivere la propria storia, a cui uno sgombero non può certo mettere fine.

Ci sono storie che iniziano con “c’era una volta”, ci sono storie che vivono solo sui libri, ci sono storie che nessuno ricorda più.
Non è la nostra storia. La nostra storia è quello che facciamo ogni giorno. La nostra è una piccola storia, che vive dentro di noi, che si alimenta con i desideri e la determinazione dei tanti e delle tante che incontriamo, si sprigiona nella città, nelle facoltà e nelle scuole che frequentiamo, nelle piazze e nelle strade che rendiamo vive, negli spazi che restituiamo alla città.

Negli ultimi mesi è stata chiara ed evidente la volontà, da parte delle istituzioni locali, di chiudere spazi di dissenso, considerandoli soltanto come problemi di ordine pubblico.
Gli sgomberi, le minacce, il clima politico che si respira in città dimostrano quanto non si voglia cercare alcuna risposta nella crisi, se non provando a toglierci tutto, anche gli spazi che apriamo alla città e in cui sperimentiamo una reale alternativa. Nella miseria a cui ci costringe la crisi, è miope non riconoscere la ricchezza che i tanti e differenti spazi autogestiti a Bologna producono quotidianamente.

Compiamo un passo in avanti per smarcarci dalla morsa in cui ci vorrebbero chiudere, dalle facili retoriche che semplificano alla dicotomia legalità/illegalità pratiche legittime di riappropriazione e di libertà.

Nello scenario attuale, pratiche di riappropriazione sono sempre più necessarie: le nuove occupazioni, che si stanno verificando in diverse città, esprimono l’urgenza di riprendere parola sulle nostre vite. Questo significa compiere una rottura per aprire non solo delle porte, dei cancelli, ma aprire anche il campo a nuove possibilità, sperimentare insieme una progettualità che parli il linguaggio della cooperazione.

Interrogandoci sul futuro di questa città, mentre la crisi continua ad attaccare pesantemente le nostre vite, vogliamo rimettere al centro le esigenze materiali che un’intera generazione sente sulla propria pelle. Siamo stati definiti “no future”, secondo quella narrazione che ci vuole obbligati a districarci in un eterno presente senza garanzie né diritti, tagliati fuori dal sistema di welfare e in bilico fra lavori precari e formazione dequalificata. Stanchi di queste etichette, guardiamo avanti provando a immaginare un capitolo diverso di questo racconto.

Il 13 novembre è iniziata la nostra storia in via Orfeo 46, quando abbiamo occupato l’ex caserma Masini, abbandonata e lasciata al degrado da anni. Làbas, attraverso la riappropriazione, è riuscito a riconsegnarla alla collettività, a trasformarla in un bene comune, da conquistare giorno dopo giorno con la città.

Il 9 febbraio questa storia riparte proprio da qui, per dare continuità a quel laboratorio contro la crisi che abbiamo sperimentato lo scorso autunno. Abbiamo iniziato a compiere piccoli passi che tracciano nuovi percorsi: vite che si mettono in gioco, desideri collettivi che si realizzano, sogni possibili da costruire, relazioni nuove che nascono, spazi abbandonati che si reinventano, biografie che si intrecciano. In gioco ci sono le nostre vite ricattate, precarie, in crisi, sfruttate, ma desiderose di vita degna, ricchezza da conquistare, obiettivi da praticare, progetti da costruire, piene di passioni, complicità e cooperazione da alimentare.

Làbas

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