I DIRITTI SI CONQUISTANO A SPINTA

UN DIBATTITO MUTEVOLE PER UNA PIAZZA MULTIFORME

In questi giorni, sui giornali di questa città, abbiamo assistito a un dibattito a nostro avviso deplorevole: da una parte istituzioni e forze dell’ordine che, riguardo ai fatti di giovedì e lunedì scorsi, si sono giocati il ruolo di vittime inermi e indifese aggredite da studenti e attivisti organizzati e violenti; dall’altra una strumentalizzazione dei fatti che ha dipinto un contesto che ha acuito la contrapposizione tra cittadini e studenti senza avere il merito di sciogliere i nodi di ciò che è accaduto realmente.

In questi termini, risulta a nostro parere necessario, raccontare gli avvenimenti in modo chiaro con la consapevolezza di doverlo fare collocando i fatti nel giusto contesto.

Per iniziare pensiamo sia doveroso un ripasso di cronaca: giovedì 23 ci sono i primi scontri fra forze dell’ordine e studenti, perché viene intimato di fare un’assemblea senza amplificazione. Quella sera siamo accorsi perché, appena abbiamo sentito cosa stava succedendo in piazza Verdi, si stava verificando un’ingiustificabile tentativo di restrizione degli spazi di libertà.

Pensiamo, infatti, che un’assemblea in una piazza pubblica, con l’amplificazione, non possa essere considerata alla stregua di un rave party che devasta la zona e le auto dei suoi abitanti.

Lunedì 27 volevamo partecipare ad un’assemblea pubblica: un momento di confronto sugli episodi precedenti e sul modo di ripensare collettivamente piazza Verdi, ma anche l’occasione per dire che questa piazza non è il fortino e la roccaforte nella quale ci vogliamo chiudere, ma da qui, cogliendo gli spunti che questa parentesi urbana offre, parlare di una città in cui l’amministrazione procede tramite ordinanze e divieti al disciplinamento della socialità.

Quella sera le forze dell’ordine sbarrano la strada a chi, con il megafono, chiede solamente di riunirsi e discutere, pretendendo provocatoriamente che il passaggio avvenga tra due cordoni di polizia dopo aver lasciato i documenti.

Davanti a questa scena, ancora una volta, è scattata la determinazione dei nostri corpi: abbiamo spinto. Spinto perché dietro di noi studenti e studentesse gridavano “assemblea!assemblea!” e questo grido dava ragione alle nostre spinte; abbiamo spinto per provare che le ordinanze non possono disciplinare i nostri corpi; abbiamo spinto per non lasciarci ridurre al silenzio e per riprenderci la possibilità di parola sulla nostra città.

Nei giorni scorsi, grazie a questa determinazione di tant* e divers*, piazza Verdi ha vissuto di dibatti, musica, sport, inchieste contro il caro vita, pranzi sociali, cultura; è stata colorata da una socialità che non è quella dei locali alla moda dove consumare alcolici né quella che devasta i luoghi nei quali si manifesta.

Il dibattito delle ultime ore ha lasciato il posto alla reazione della questura: pronte più di venti denunce per chi era in piazza. Ci sembra fuori luogo il vittimismo delle forze dell’ordine: si parla di un ammutinamento dovuto alla condanna di un celerino del 17 maggio scorso; dell’insicurezza dei reparti a causa delle ultime vicende giudiziarie (da Aldrovandi a Martina) che ha costretto il responsabile dei reparti mobili a venire da Roma ben due volte. Sappiamo, e pensiamo lo sappiano anche i giornalisti attenti, che il 17 maggio in tribunale abbiamo preso parola per denunciare l’omertà del VII reparto e l’assenza di un numero identificativo, per ricordare alla città le tante aggressioni delle quali si è reso protagonista sempre impunito e per chiedere che, sulla vicenda di Martina, ci fosse giustizia.

Quindici giorni dopo, le vicende di piazza Verdi vengono strumentalmente usate per ribaltare l’ordine del discorso: ancora una volta i carnefici svestono i loro panni e provano ad indossare quelli delle vittime. Questo atteggiamento dimostra la presenza di un potere in città che non accetta di essere giudicato e per questo continua a fare pressioni sulle altre istituzioni cittadine. Sappiamo che le condanne subite da questo celerino o dagli agenti di Ferrara per l’omicidio Aldrovandi sono irrisorie nelle pene, ma hanno una grande forza simbolica: non si può tollerare la violenza gratuita delle forze dell’ordine coperta dalle divise.

Martedì 4 giugno animeremo tutto il giorno piazza Verdi, sin dalle 12.30 come ogni settimana con il pranzo sociale contro la crisi, riempiendo quello spazio con la produzione di socialità altra, di dibattito, discussione e confronto che crediamo debbano essere la cifra di lettura di questa piazza. Alle 14.00 si terranno in piazza anche le prove del Laboratorio Sociale Afro-beat.

Esprimiamo massima complicità e totale solidarietà ai denunciati per i fatti in questione.

Per questo alle 18.00 animeremo il corteo che da piazza Verdi attraverserà Bologna. Ci saremo perché si sta giocando sulla nostra pelle e perché crediamo che gli spazi di libertà vadano difesi e conquistati.

Le denunce non ci spaventano, i manganelli non ci fermano, il vittimismo non ci impietosisce, la cattiva informazione non ci racconta.

Làbas occupato

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