04.06.13 – Squares take democracy! Bologna in corteo per diritti e democrazia

Bologna – 04/06/2013

squares democr webOggi in Piazza Verdi si sono susseguite sin dalla mattina iniziative, che hanno reso viva quella stessa piazza conquistata dai collettivi lunedì 27 maggio. Lunedì scorso infatti in tanti, diversi e determinati siamo stati in grado di cacciare (spingendo e facendo indietreggiare) la polizia arrivata in forze per impedire lo svolgersi di un’assemblea pubblica, dopo che il giovedì precedente la stessa polizia era intervenuta caricando brutalmente studenti che stavano usando l’amplificazione per un dibattito: polizia intervenuta in forze ai vigili urbani per difendere un’ordinanza dell’amministrazione comunale, che ha scelto di chiudere spazi fisici alla città ma soprattutto spazi di agibilità politica con divieti e ordinanze. Da settimane Piazza Verdi è animata da iniziative e riempita di contenuti.

Oggi il corteo e la giornata di iniziative, come quelle delle scorse settimane, hanno espresso chiaramente la necessità di scendere per le strade di Bologna per lanciare forte il segnale a questa amministrazione e a questa città: le piazze non si desertificano né si svuotano, ma si devono vivere e attraversare; per dire al sindaco Merola che la città vetrina non rispecchia le nostre esigenze di cittadini; per comunicare al resto della città che il problema non è solo piazza Verdi né la zona universitaria, ma gli spazi di partecipazione e dissenso, di agibilità politica e socialità che il sindaco vuole negare, dal referendum sulla scuola, agli sgomberi di centri sociali, fino alle ordinanze.

Dalla mattina di oggi in Piazza si sono susseguiti pranzi sociali contro la crisi e banchetti che distribuivano un “questionario precario” (da settimane Labas è presente in piazza verdi con il consueto pranzo a 1euro contro la crisi e il questionario per indagare il carovita in città, all’interno della campagna contro il carovita incentrata su affitti elevati, mensa universitaria costosa, diritto alla mobilità gratuita, accessibilità a cinema, teatri, cultura, costo della vita insostenibile in città), banchetti informativi sul pullman che Làbas sta organizzando per le giornate del 7/8/9 giugno a Venezia per “No Grandi Navi” (dopo il dibattito della settimana scorsa contro le grandi opere, che ha visto la partecipazione di numerose persone e dei comitati territoriali che difendono il territorio e lottano per i propri diritti). Nel pomeriggio il Laboratorio di AfroBeat ha movimentato la giornata con musica, balli e performance.

Intorno alle 18 da Piazza Verdi è partito il corteo, che ha visto partecipare tanti studenti e attivisti dei collettivi e dei centri sociali bolognesi.

La manifestazione, a cui hanno aderito fra gli altri Cua, Làbas, Hobo, Crash, Xm24, Vag61, è partita al grido di “riprendiamoci la città” mentre veniva attaccata sulla targa toponomastica della piazza un cartello sostitutivo “piazza Verdi liberata”.

Il corteo è partito da Piazza Verdi con in testa un grande striscione fotografico con le immagini dei fatti degli scorsi giorni e la frase “I diritti si conquistano a spinta”, ed ha poi attraversato Largo Respighi, via dè Castagnoli, via delle Moline, via Indipendenza, via Rizzoli, Strada Maggiore, Viale Ercolani, Porta San Vitale, viale Filopanti, Porta San Donato, via Zamboni, finendo di nuovo in Piazza Verdi.

A fine corteo, intorno alle 20, è stato piantato un albero nel centro della piazza, per ricordare Gezi Park in Turchia.

Un corteo selvaggio e non autorizzato che ha attraversato non solo la zona universitaria ma che ha voluto diffondere e sviluppare le proprie rivendicazione per tutto il centro città, arrivando a bloccare i viali e mandando in tilt il traffico. Strade che si percorrevano in maniera determinata e gioiosa, consapevoli del fatto che i diritti che si sono conquistati nei giorni scorsi in piazza Verdi, riguardano tutta Bologna, tutte le sue piazze, tutte le sue strade.

Tanti gli slogan che riecheggiavano in tutto il corteo, e molti facevano riferimento alle proteste di piazza di questi giorni a Istanbul e alle mobilitazioni di Blockupy Frankfurt che hanno bloccato e assediato il cuore dell’Europa delle banche con la presenza di una cospicua coalizione dei centri sociali italiani (da Bologna Tpo e Làbas). Una connessione, quella alle lotte transnazionali, che non vuole essere soltanto solidarietà ma che si pone realmente l’obiettivo comune e condiviso di aprire percorsi costituenti e conflittuali per uno spazio euromediterraneo, per rovesciare la vecchia Europa del debito, della dittatura della finanza, dei divieti e costruirne una nuova, dal basso, con al centro diritti, democrazia, redistribuzione della ricchezza.

Uno degli slogan oggi in piazza era “Squares take democracy”, e questo chiaro messaggio esprime bene il sentimento comune delle piazze da Istanbul a Francoforte, da Atene a Bologna. Nelle piazze euromediterranee si sta costruendo una reale alternativa al modello esistente: in tanti sono disposti e determinati a mettersi in gioco, a prendersi i propri diritti, a conquistare il proprio futuro e il diritto a una vita degna.

Leggi il comunicato di Làbas occupato

In questi giorni, sui giornali di questa città, abbiamo assistito a un dibattito a nostro avviso deplorevole: da una parte istituzioni e forze dell’ordine che, riguardo ai fatti di giovedì e lunedì scorsi, si sono giocati il ruolo di vittime inermi e indifese aggredite da studenti e attivisti organizzati e violenti; dall’altra una strumentalizzazione dei fatti che ha dipinto un contesto che ha acuito la contrapposizione tra cittadini e studenti senza avere il merito di sciogliere i nodi di ciò che è accaduto realmente.

In questi termini, risulta a nostro parere necessario, raccontare gli avvenimenti in modo chiaro con la consapevolezza di doverlo fare collocando i fatti nel giusto contesto.

Per iniziare pensiamo sia doveroso un ripasso di cronaca: giovedì 23 ci sono i primi scontri fra forze dell’ordine e studenti, perché viene intimato di fare un’assemblea senza amplificazione. Quella sera siamo accorsi perché, appena abbiamo sentito cosa stava succedendo in piazza Verdi, si stava verificando un’ingiustificabile tentativo di restrizione degli spazi di libertà.

Pensiamo, infatti, che un’assemblea in una piazza pubblica, con l’amplificazione, non possa essere considerata alla stregua di un rave party che devasta la zona e le auto dei suoi abitanti.

Lunedì 27 volevamo partecipare ad un’assemblea pubblica: un momento di confronto sugli episodi precedenti e sul modo di ripensare collettivamente piazza Verdi, ma anche l’occasione per dire che questa piazza non è il fortino e la roccaforte nella quale ci vogliamo chiudere, ma da qui, cogliendo gli spunti che questa parentesi urbana offre, parlare di una città in cui l’amministrazione procede tramite ordinanze e divieti al disciplinamento della socialità.

Quella sera le forze dell’ordine sbarrano la strada a chi, con il megafono, chiede solamente di riunirsi e discutere, pretendendo provocatoriamente che il passaggio avvenga tra due cordoni di polizia dopo aver lasciato i documenti.

Davanti a questa scena, ancora una volta, è scattata la determinazione dei nostri corpi: abbiamo spinto. Spinto perché dietro di noi studenti e studentesse gridavano “assemblea!assemblea!” e questo grido dava ragione alle nostre spinte; abbiamo spinto per provare che le ordinanze non possono disciplinare i nostri corpi; abbiamo spinto per non lasciarci ridurre al silenzio e per riprenderci la possibilità di parola sulla nostra città.

Nei giorni scorsi, grazie a questa determinazione di tant* e divers*, piazza Verdi ha vissuto di dibatti, musica, sport, inchieste contro il caro vita, pranzi sociali, cultura; è stata colorata da una socialità che non è quella dei locali alla moda dove consumare alcolici né quella che devasta i luoghi nei quali si manifesta.

Il dibattito delle ultime ore ha lasciato il posto alla reazione della questura: pronte più di venti denunce per chi era in piazza. Ci sembra fuori luogo il vittimismo delle forze dell’ordine: si parla di un ammutinamento dovuto alla condanna di un celerino del 17 maggio scorso; dell’insicurezza dei reparti a causa delle ultime vicende giudiziarie (da Aldrovandi a Martina) che ha costretto il responsabile dei reparti mobili a venire da Roma ben due volte. Sappiamo, e pensiamo lo sappiano anche i giornalisti attenti, che il 17 maggio in tribunale abbiamo preso parola per denunciare l’omertà del VII reparto e l’assenza di un numero identificativo, per ricordare alla città le tante aggressioni delle quali si è reso protagonista sempre impunito e per chiedere che, sulla vicenda di Martina, ci fosse giustizia.

Quindici giorni dopo, le vicende di piazza Verdi vengono strumentalmente usate per ribaltare l’ordine del discorso: ancora una volta i carnefici svestono i loro panni e provano ad indossare quelli delle vittime. Questo atteggiamento dimostra la presenza di un potere in città che non accetta di essere giudicato e per questo continua a fare pressioni sulle altre istituzioni cittadine. Sappiamo che le condanne subite da questo celerino o dagli agenti di Ferrara per l’omicidio Aldrovandi sono irrisorie nelle pene, ma hanno una grande forza simbolica: non si può tollerare la violenza gratuita delle forze dell’ordine coperta dalle divise.

Martedì 4 giugno animeremo tutto il giorno piazza Verdi, sin dalle 12.30 come ogni settimana con il pranzo sociale contro la crisi, riempiendo quello spazio con la produzione di socialità altra, di dibattito, discussione e confronto che crediamo debbano essere la cifra di lettura di questa piazza. Alle 14.00 si terranno in piazza anche le prove del Laboratorio Sociale Afro-beat.

In quella piazza c’eravamo tutt@ e per questo alle 18.00 animeremo il corteo che da piazza Verdi attraverserà Bologna. Ci saremo perché si sta giocando sulla nostra pelle e perché crediamo che gli spazi di libertà vadano difesi e conquistati.

Le denunce non ci spaventano, i manganelli non ci fermano, il vittimismo non ci impietosisce, la cattiva informazione non ci racconta.

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