Crowdhousing: una risposta concreta contro la rendita e per il diritto alla città

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Questa città di chi pensi che sia? si domandavano gli Assalti frontali in un loro bellissimo pezzo di qualche anno fa (Denaro gratis – Hsl). Per il governo Renzi, evidentemente, le nostre città devono ancora essere di banche, grandi costruttori e speculatori.

È questo ciò che emerge dal recente Piano Casa del governo, elaborato dal ciellino Maurizio Lupi, dove la logica generale degli interventi previsti è favorire nuova cementificazione e la rendita edilizia e finanziaria. Mentre con agevolazioni fiscali e il passaggio di denaro pubblico (tramite il Fondo nazionale per il sostegno alle abitazioni in locazione e per la morosità incolpevole) sostiene grandi proprietari e costruttori, poco o niente è previsto per risolvere realmente la dilagante emergenza abitativa.

Per quanto riguarda l’Edilizia Residenziale Pubblica, questa viene ulteriormente depotenziata, divenendo oggetto di un ennesimo processo di svendita. Allo stesso tempo vengono totalmente ignorate misure come la moratoria generalizzata degli sfratti e lo sblocco delle infinite graduatorie di assegnazione della case popolari, le quali favorirebbero l’esercizio del diritto all’abitare per centinaia di migliaia di disoccupat*, famiglie in difficoltà economica, precari-e, lavoratori/trici a basso reddito che vivono la propria condizione abitativa con crescente precarietà e fragilità.

Ad essere ancora una volta abbandonati sono cioè quei soggetti che, non a caso, negli ultimi mesi hanno dato una risposta dal basso, concreta e immediata a quella che ormai è una vera e propria emergenza sociale, dando vita ad un movimento di occupazioni di case in tutto il paese.

Proprio contro questo straordinario ciclo di occupazioni, il Piano Casa muove un duro attacco, prevedendo all’art.5 il divieto, anche retroattivo, di chiedere ed ottenere la residenza e l’allacciamento ai pubblici servizi come acqua, luce e gas per chi occupa abusivamente un immobile. Il che significa negare a migliaia di persone la permanenza degna nelle città e relegarli sempre più nella marginalità e nell’invisibilità. Non è un caso quindi che il 19 marzo sono state sgomberate a Roma due storiche occupazioni abitative a Centocelle e al Tuscolano.

Nonostante questi tentativi, però, i movimenti sociali per la casa continuano a lottare per affermare e costruire concretamente il diritto all’abitare per tutt*: moltissime sono le esperienze di occupazione e autorecupero di immobili abbandonati e inutilizzati di proprietà pubblica e di grandi gruppi finanziari-immobiliari, che invece potrebbero rappresentare una soluzione immediata e fondamentale contro l’emergenza abitativa.

Anche Bologna si inserisce in questo quadro: più di 20 mila famiglie soffrono di una fragilità abitativa più o meno intensa, mentre le istituzioni locali non riescono a trovare una soluzione adeguata a questa situazione, con liste d’assegnazione kilometriche e bloccate. Anzi, il modello di città pensato dal Comune è ancora una volta orientato verso la costruzione di grandi opere (vedi il F.i.co nella zona del CAAB) e la svendita del patrimonio pubblico a favore della rendita – come nel caso delle tre ex-caserme militari Sani, Mazzoni, Masini, acquisite dalla Cassa depositi e prestiti per un valore di 50 milioni di euro, 7.5 dei quali spetteranno allo stesso comune di Bologna. E dove le esperienze di autogestione e occupazione vengono prese in considerazione solo in quanto copertura di servizi che l’istituzione locale non riesce più a garantire.

Ma ovviamente le tante esperienze di occupazione non possono e non voglio assolutamente essere una stampella alle inefficienze e alle scelte scellerate della governance della crisi.

In questo senso, il progetto Crowdhousing è nato nei mesi scorsi all’interno dell’ex caserma Masini occupata come risposta immediata e concreta al problema abitativo attraverso l’occupazione, la riqualificazione e l’autorecupero di spazi abitativi prima abbandonati. Ed è una forma di riappropriazione di reddito indiretto per giovani e precari-e colpiti dalla misure di austerity che non riescono a trovare una situazione abitativa adeguata al proprio reddito.

Per ora infatti, ben 12 persone hanno potuto riconquistare il proprio diritto all’abitare riqualificando due appartamenti in via Borgolocchi mentre altri due appartamenti inutilizzati stanno per essere resi abitabili attraverso il lavoro collettivo di autorecupero.

Allo stesso tempo, il progetto Crowdhousing sta portando avanti un lavoro d’inchiesta e mappatura del territorio cittadino per individuare i centinaia di edifici abbandonati nei quali riprodurre la pratica del crowdhousing come occupazione e riqualificazione a scopo abitativo del patrimonio edilizio abbandonato a Bologna.

Per questo abbiamo pensato per sabato 29 marzo un’ulteriore giornata pubblica di lavori di riqualificazione e autorecupero delle case occupate e del live painting delle murate esterne dell’ex caserma Masini: un’iniziativa aperta a tutt* per costruire in maniera collettiva e cooperante il diritto all’abitare nella Bologna della crisi.

Un’occasione per fare veramente del Crowdhousing una pratica del comune quotidiana, che agisca attivamente e collettivamente il diritto a decidere che forma debba assumere la nostra città, ripensandola a partire dai bisogni, dai desideri, dal miglioramento delle condizioni di vita di chi la vive ogni giorno, e non invece degli interessi economici di pochi. L’iniziativa di sabato 29 si inserisce infatti nel percorso d’avvicinamento alla manifestazione nazionale del 12 aprile a Roma, dove i movimenti sociali opporranno con forza il proprio rifiuto a rendita, precarietà e austerity reclamando casa e reddito per tutt*.

Evento FB della giornata

 

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