OCCUPARE ED AUTO-ORGANIZZARSI PER UNA NUOVA DEMOCRAZIA URBANA

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“Il concetto di cantiere urbano riposa su una visione del territorio inteso come interfaccia tra il tessuto oggettivo, storico, con una densità specifica di reti e comunicazioni, e la formazione di nuove soggettività: un interfaccia potente. Dunque un terreno di emersione, costante, di nuove energie di cooperazione che conservano del passato la densità del sapere urbano consolidato, che preparano per il futuro l’emersione di potenze ed energie adeguate.” Banlieue et Ville: un regard philosophique. Toni Negri,Jean Marie Vincent. Future Anterieur, 1995

Per comprendere fino in fondo il dibattito sulla sorte dei milioni di mq che compongono le aree demaniali agricole, le ex caserme e i beni pubblici di varia natura dismessi dagli enti locali, occorre partire da un presupposto assolutamente indispensabile: un vero dibattito, di fatto, non esiste.

Il paradosso si spiega solo se si assume, articolandolo, un duplice punto di vista:

Il primo è l’emergere di un grave, quanto evidente, deficit di processi decisionali includenti le moltitudini territoriali, le cui forme di vita e le relazioni geografiche mutano in base alle trasformazioni che investono queste superfici.

Quando abbiamo indagato e agito il tema del “chi decide” avevamo la piena consapevolezza del suo essere all’esterno tendente alla generalizzazione e alla continua evoluzione, ma allo stesso tempo internamente parcellizzato nei contenuti.

Il walzer di annunci e contro-annunci su più livelli da parte di Governo, Demanio, Cassa Depositi e Prestiti e amministrazioni territoriali ha proprio queste caratteristiche: da un lato la totale estraneità a forme di partecipazione democratica nella genesi e dall’altro l’eterogeneità, se non contraddittorietà, delle soluzioni proposte al non più rinviabile tema della valorizzazione di questo immenso patrimonio pubblico.

Per lo Stato, del resto, sciogliere questo nodo fa sempre più parte di quel percorso di affidamento, dall’alba dei governi tecnici alle attuali “grandi coalizioni”, da Monti a Renzi, del rilancio dell’economia nazionale tramite il protagonismo di Cassa Depositi e Prestiti s.p.a., unica detentrice di ingente liquidità.

Soprattutto negli ultimi due anni, abbiamo infatti appreso dai media il presunto “ruolo sociale” di C.d.P.: ad ogni domanda su edilizia scolastica, popolare, ospedaliera, ripianamento dei debiti della p.a., la risposta dei rappresentanti del Governo è stata sempre la società presieduta da Franco Bassanini.

Lo stesso Bassanini che lo scorso mese in audizione alla Camera dei Deputati, facendo un po’ la figura del barone di Münchausen, ha detto che C.d.P., pur avendo un capitale costituito da risparmio pubblico per l’80%, è società privata che nelle privatizzazioni assume il totale controllo di società pubbliche solo per “far fare cassa allo Stato”. Non per fare interessi propri. Per proprietà transitiva, non farebbe interessi privati nemmeno quando finanzia un autostrada privata come la Bre.Be.Mi o l’inutile tangenziale esterna di Milano, oppure quando fa operazioni di speculazione finanziaria tramite le sue controllate, vendendone pezzi in Cina.

Ancora, non farebbe interessi privati nemmeno quando acquista a Bologna le note tre ex caserme per 50 mln, tra cui la Masini da noi occupata quasi due anni fa.

Ma di ancor più grottesco c’è il protocollo d’intesa tra Ministero della Difesa e le città di Torino, Milano e Roma, consistente in un passaggio di proprietà a condizione sospensiva di 12 mesi di tredici complessi militari, tempo nel quale le amministrazioni comunali devono necessariamente riconvertire ad uso civile tutte le estensioni (non è dato sapere con quali fondi, essendo ben noti i bilanci comunali).

E poi ce li immaginiamo gli stessi che hanno sgomberato Z.A.M. a Milano e chi a Roma ha sgomberato il Volturno, dopo la repressione inaudita del movimento per il diritto all’abitare e il distacco delle utenze per presunti abusi edilizi a danni dello storico c.s.o.a CortoCircuito, nel trovare una soluzione in così breve tempo per restituire alla collettività ciò che sembra non poter uscire dall’oblio!

A Pisa e Treviso, invece, si è evitata ogni ambiguità negando persino le più embrionali forme di trattativa per salvaguardare e legittimare le esperienze di occupazioni autogestite, rispettivamente del Municipio dei Beni Comuni all’ex caserma Curtatone e Montanara e del collettivo ZTL Wake Up all’ex caserma Salsa.

Il secondo aspetto del non-dibattito è ciò che risulta materialmente dai rumors e cosa innescano i processi appena descritti: spesso, il nulla. Un “nulla ontologico”.

Sappiamo bene, però, che gli attori del potere che si giocano la partita aggrediscono il nulla dei luoghi abbandonati al degrado e allo sciacallaggio perché è da lì che si lucra di più. È dal mettere a valore il nulla, dall’assenza di resistenza, che si estrae il massimo dello sfruttamento economico. Ed è dal recintare quel nulla che si privano le comunità di riprodurne legittimamente all’interno la potenza della vita.

È forse questa, ancora una volta la posta in palio che si nasconde dietro le celate trattative dei pochi che decidono il futuro di Bologna sull’ex Staveco, la Caserma Sani, la Caserma Mazzini e i Prati di Caprara? 

Il Làbas Occupato è nato, si è sprigionato e ha riprodotto la propria potenza costituente, sovversiva, collettiva, indipendente e di lotta auto-organizzata proprio per confliggere contro tutti i dispositivi di precarietà esistenziale, di speculazione edilizia, alimentare e sui saperi che non hanno affatto trovato discontinuità nell’immaginario del #cambiareverso, tanto meno nella pioggia di finanziamenti destinati a favorire i soliti noti per la costruzione e il rafforzamento delle altrettanto inutili infrastrutture contenuti nel d.l. “sblocca-Italia”.

In questi 20 mesi di occupazione abbiamo imparato che per cambiare verso davvero bisogna esercitare rotture radicali, anche illegali, dalle quali si propaga l’energia che apre e sperimenta nuovi spazi di socialità, nuove forme di condivisione del lavoro prive di sfruttamento (co-working), nuovi modi di abitare in comunità senza il ricatto dell’affitto (crowdhousing), nuovi modi di intendere la cultura alimentare e il rapporto con la terra (mercato bio dell’associazione Campi Aperti e Orteo), nuove forme educative che eliminano gli sprechi e il consumo (Làbimbi).

Abbiamo occupato l’ex Caserma Masini e organizzato la potenza che abbatte i recinti del nulla, per essere in osmosi con il quartiere e la città con le sue contraddizioni, per essere città-Italia-Europa, per disobbedire alla costrizione all’invisibilità, in una Bologna dove la “concessione” della dignità se la arroga chi, come l’assessore Nadia Monti, applica l’art.5 del “piano casa” negandoci quindi i diritti fondamentali legati alla residenza e il diritto alla città.

Una vera e propria adesione dell’amministrazione comunale alla infame crociata nazionale, di più ampio raggio d’azione e cupa aspirazione, tesa non più a demolire gli ultimi brandelli del welfare state, ma ad esercitare un attacco frontale verso la marginalità politica e sociale sul terreno dei bisogni biologici.

Siamo convinti che l’autunno e l’anno di lotte che ci aspetta sarà denso del moltiplicarsi delle connessioni, le reti e le trame che stanno già ridisegnando il tessuto di Bologna, che scriveranno collettivamente, attraverso le lotte e i conflitti, una storia diversa da quella già scritta da chi decide in città.

Link utili:

www.globalproject.info

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