Right to the city as method – 13/11/2014: Due anni di Làbas, due anni di lotte, due anni di progetti.

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Nell’attraversare questo secondo compleanno, la riflessione che ci accompagna non potrebbe mai svilupparsi senza la seguente indicazione di metodo: lo stilare “bilanci” non è mai appartenuto ai segmenti dei movimenti sociali che abbiamo l’ambizione di tradurre in/ed essere, come non ci appartiene e non ci interessa avvitarci nel narrare una “nostra” storia, che crediamo invece sia collettiva nel senso di comune ad un numero di persone che è ontologicamente indefinito, com’è indefinita la spazialità che lo riguarda.

Abbiamo la forte convinzione, piuttosto, che le riflessioni che hanno uno sguardo politico e che partono dal passato per leggere il presente e costruire un futuro migliore debbano avere un perno ben saldo composto da più facce dimensionali, da cui si dirama lo straordinario ingranaggio collettivo che è Làbas: la nostra trasformazione, chi agisce e su chi/cosa agisce la trasformazione stessa ed infine come questa trasformazione si inscrive dall’ex caserma Masini nella città di Bologna, fino agli ambiti pan-europei su cui indirizziamo il cammino dentro/oltre gli stessi.

L’OCCUPAZIONE, L’ASSALTO ALLA PROPRIETA’, LA DIMENSIONE DELLO SPAZIO

Vi sono, notoriamente, molteplici approcci analitico-discorsivi alla pratica dell’occupazione: quello che noi preferiamo, non avendo la presunzione di erigerci a paradigma delle possibilità che le esperienze ascrivibili a quel genus contengono in sé oggi, è quello che si interroga su alcune specificità della vicenda dell’ex caserma Masini e il contesto generale in cui si è determinata.

Siamo già andati a fondo, più volte, (http://www.globalproject.info/it/in_movimento/bologna-occupare-ed-auto-organizzarsi-per-una-nuova-democrazia-urbana/17665) su quelle che sono state le tappe che hanno riguardato ciò che fu storicamente il civico 46 di via Orfeo, la fase dell’abbandono e tutti i passaggi sul piano proprietario, sino ad irridere quello che abbiamo definito lo sclerotico “waltzer” di annunci sulle dismissioni, in Italia, delle aree militari. Lo abbiamo fatto cercando di porre discussioni che fossero il più allargate e partecipate possibile, sia su un piano dialettico che nella materialità di quelle che si sono rivelate efficaci azioni radicali.

Su questo tracciato, abbiamo continuamente sperimentato relazioni umane, sociali e politiche con una comunità che non ha mai smesso di essere porosa e recettiva nel dialogare, nello sgomitare, nel difendersi con le unghie e con i denti e allo stesso tempo aprirsi a 360° in quel pezzettino del quartiere Santo Stefano: in altre parole, è maturata la consapevolezza che il campo su cui ci scontriamo da due anni non è quello dei 9000 mq dell’ex caserma, ma di un’ idea diversa di quartiere, di città e di cooperazione sociale tout court.

Siamo convinti, infatti, che questo spazio abbandonato al degrado, alla desolazione e alla speculazione non avrebbe mai avuto questa capacità di segnare tutt’ora la discontinuità rispetto al destino riservatogli, se non avessimo avuto, sin dal 13 novembre 2012, giorno in cui abbiamo cominciato la riqualificazione dell’inferno che abbiamo trovato, uno sguardo spaziale che già andava oltre queste mura.

Eravamo, e lo siamo ancora, immediatamente proiettati ai tasselli successivi di quello che per noi è lo sconfinato ma al contempo chiarissimo e legittimo percorso di riappropriazione di libertà, diritti e dignità.

In questo senso, l’asincronia tra il nostro modo di vivere gli spazi e quello imposto con la violenza dei dispositivi di dominio è abissale e tendenzialmente incolmabile. Uno spazio che per lo speculatore diventa positivamente ed economicamente dinamico solo se messo a valore e tramutato in profitto personale, è per noi, di converso, progressivamente aperto e processualmente espansivo solo se costruito su un piano di attenzione alla democraticità della gestione, al soddisfacimento dei bi-sogni materiali, alla possibilità di inclusione e accesso ai più senza distinzioni.

Ipso facto, il collettivo Làbas non è il soggetto “ospitante” del mercato biologico di Campi Aperti, di Orteo, del laboratorio educativo Làbimbi, della Biopizzeria, dei corsi di balli popolari e dei progetti di stampo artistico, musicale o cinematografico e nemmeno di quella intuizione, che ha risposto all’esigenza abitativa di molti e molte, che abbiamo chiamato Crowdhousing di via Borgolocchi: tutti questi sono semplicemente alcuni dei segmenti dell’essere oggi l’ex caserma Masini, del DNA che le dà forma.

Constatiamo, tuttavia, che la deriva su cui la città di Bologna si sta inclinando va evidentemente in tutt’altra direzione: le 150 proprietà Acer messe all’asta, il passaggio a Cassa Depositi e Prestiti delle ex Caserme, la svendita di nove immobili di un valore storico e artistico inestimabile dell’Università di Bologna, la costruzione di F.i.co. / Eataly World all’ex Caab richiedono una risposta coerente con quanto espresso fino ad ora. Non è un caso che la stessa soggettività complessa che compone Làbas ha innestato campagne o fa parte di percorsi alla ricerca di un disegno insorgente contro tutte queste operazioni di trasformazione degli spazi urbani e della loro agibilità geografica, economica, politica, sociale, riproduttiva.

DENTRO AI CONFLITTI, AL CENTRO DELLA CITTA’, ALLA PERIFERIA E AI CONFINI DEL DIRITTO

L’occupazione assume, per noi, non solo un profilo interruttivo dei processi speculativi e di vendita sul nostro bios e della materia che lo circonda, ma una nuova veste che può ricomporre la frammentazione sociale e geografica di quel sapere urbano consolidato nel tempo, unica e legittima linfa dei territori che non cede alla sottrazione dei diritti.

Làbas e le sue articolazioni sono una moltitudine sempre più in crescita di studenti medi e universitari, precari, disoccupati, migranti e pensionati che occupa alla luce del sole e rivendicandone l’esigenza: il campo d’intervento dello sportello per il diritto all’abitare ADL Cobas e l’occupazione di viale Aldini 116 ne sono la concretizzazione.

D’altronde, mentre perdiamo il conto di quante volte leggiamo di accordi, protocolli e regolamenti salvifici che dovrebbero arginare le contraddizioni che le lotte in sé, più che i movimenti per sé, fanno deflagrare, suona la sveglia di una classe politica locale alle prese con degli scandali che appartengono ad un altro pianeta rispetto al nostro: in quella che alcuni definiscono la crisi della post-modernità, la retorica messianica della legalità e lo spasmodico aggrapparsi alla stessa ci sembra, oltre che strumentalmente goffo, assolutamente inadeguato.

A completare il quadro, subiamo l’inscatolamento posto in essere dall’Università e dalle altre governance istituzionali, dalle molteplici forme della precarietà, dei modelli e attori del lavoro gratuito o semi-gratuito (codici etici, manifesti dell’armonia e simili) ma anche dalla totalitaria normalizzazione ed esclusione/controllo di ciò che rimane del welfare in termini di assistenza sociale, familiare e abitativa.

Se si vuole seriamente praticare libertà di movimento, diciamolo con chiarezza: stiamo in piedi solo dentro i rapporti di forza inscritti nelle trasformazioni asimmetriche, come lo sono le guerre, del diritto globale.

Vi è per noi, dunque, una grave miopia, deficit di onestà e di capacità di allargare il raggio della visione di chi vorrebbe tenerci su un piano di discussione su una presunta “radicalizzazione Bologna-centrica” che riguarda le più recenti espressioni di antifascismo, antisessismo ed antirazzismo e lotta alla marginalità sociale tramite le occupazioni dei “centri sociali” o a scopo abitativo.

Noi che eravamo nelle piazze romane dello scorso anno e abbiamo attraversato quelle di Blockupy a Francoforte e viaggiato sino a Lampedusa, alla Tunisia del World Social Forum, la Palestina occupata, la Turchia di Piazza Taksim e il Kurdistan della regione autonoma del Rojava sappiamo bene quali sono gli elementi di queste esperienze che possono essere accostati o meno con le giornate, sulla bocca di tutti, di questo autunno bolognese.

Sappiamo anche, però, che lo spirito eretico della ribellione, della libertà e della ricerca continua di nuove forme di democrazia reale e di rifiuto della comparsa sempre più frequente di distillati di xenofobia e intolleranza con cui ci siamo confrontati in giro per il Mondo non sono bandierine da collezionare, ma sostanza viva che aumenta lo spessore e il rumore dei nostri passi in ogni via, in ogni piazza e in ogni città: passi da condividere in una messa in rete dei movimenti, in termini di continua cre-azione e innovazione, più che narrazione.

Le reti e le trame che si intrecciano in tutti questi confini e periferie del “diritto riconosciuto” e dello spazio saturo della legalità non fanno quindi altro che implementare la sfera di crisi di alcuni istituti, la cui sopravvenuta incertezza disgrega e frammenta un sistema che reagisce duramente con una repressione poliziesca e giudiziaria fuori controllo, al suo essere, in realtà, malleabile: lo Stato-nazione e il concetto di proprietà contro il diritto alla città come metodo.

Di fronte allo scenario difficile ma ricco di possibili sentieri su cui avventurarsi, come abbiamo sempre fatto, in modo comune per il comune, Làbas continuerà ad essere, a interrogarsi e a lottare in movimento.

Continueremo, infine, a volere condividere con quanti e quante si riconoscono in questo percorso la nostra gioia nel raddoppiare e speriamo triplicare, per moltiplicarla all’infinito, la nostra storia.

Làbas Occupato

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