Piano Casa: Riflessioni sull’articolo 5 dopo l’ordinanza a Bologna

25_05Leggiamo dalla cronache di questo inizio settimana che l’ordinanza di lunedì 27 aprile, con la quale il sindaco di Bologna Virginio Merola ha autorizzato il riallaccio del servizio idrico allo stabile occupato di via Mario de Maria, sta creando notevole scompiglio tra le file della maggioranza di governo cittadina. Da una parte sindaco e soprattutto l’assessore al Welfare Amelia Frascaroli, dall’altra l’ala renziana del PD emiliano, che per bocca dei consiglieri regionali Paruolo e Mantovani definiscono l’atto «sbagliato e pericoloso» perché legittimerebbe le occupazioni.

Sicuramente questa vicenda evidenza una forte frattura all’interno dello stesso partito di governo. E non è un caso che parte della partita si giochi sul piano dell’emergenza abitativa. È ormai sotto gli occhi di tutti ciò che i movimenti per il diritto all’abitare affermano da mesi: il c.d. Piano Casa non risolve minimamente l’emergenza abitativa; smantella l’edilizia pubblica e reindirizza risorse economiche pubbliche a favore della speculazione edilizia e immobiliare, mentre ostacola e tenta di chiudere qualsiasi sperimentazione di riappropriazione, solidarietà e cooperazione dal basso, messa in campo attraverso le occupazioni abitative. E non esita a farlo colpendo in maniera infame i soggetti che, schiacciati dalla crisi, attuano la riappropriazione, privandoli dei più elementari diritti umani, civili e politici attraverso il famigerato art. 5.

Oltre ad umiliare ed abbandonare a se stesse le fasce deboli, sempre più ampie nella popolazione, è evidente come l’effetto di una tale politica di spoliazione, nel contesto più generale del Patto di Stabilità, contribuisca a rendere assolutamente inefficienti i tradizionali strumenti di welfare cittadino, provocando tra l’altro un drammatico circolo vizioso (vedi l’atteggiamento respingente dei servizi sociali e alla persona, etc.).

Nonostante questo duro attacco, i movimenti per la casa in Italia, non hanno esitato ad agire forme di riappropriazione diretta del patrimonio immobiliare inutilizzato, permettendo per quanto riguarda Bologna a centinaia e centinaia di persone di riconquistare il diritto all’abitare e alla città. Una pratica illegale di conflittualità sociale per la quale reclamiamo però la piena urgenza e legittimità politica e sociale.

L’ordinanza su via de’ Maria in qualche modo recepisce ed è frutto di questa determinazione. È una conquista importante nel quadro generale della lotta contro il Piano Casa in quanto rappresenta il primo atto forte di un ente locale contro l’applicazione dell’art.5. Si tratta, considerando anche le decisioni che in varie città stanno pian piano misconoscendo il divieto di richiedere la residenza per gli occupanti, di un processo che porta a rendere di fatto inefficacie (almeno) la parte repressiva del Piano Casa.

È chiaro quindi quanto il polverone sollevato in questi giorni metta in luce come all’interno della dialettica tra potere politico centrale ed economico legato alla rendita e livello delle amministrazioni locali si possano aprire forti contraddizioni nelle quali inserirsi per scardinare pezzo per pezzo le logiche di speculazione e sfruttamento fondanti della politica del governo Renzi.

Tutto questo è possibile solo attraverso un azione costante con i tessuti vivi delle nostre città, capace di influenzare con forza i livelli decisionali all’interno delle istituzioni, come già si attua e come si dovrà continuare a fare.

Ce lo dicono le scomposte reazioni bipartisan di renziani, leghisti e altri stolti difensori della legalità ad ogni costo, nonché delle stesse associazioni di categoria dei palazzinari, con Confabitare in prima linea pronta a ricorre al piano giudiziario per ripristinare la loro «inalienabile libertà» di lasciare sfitti migliaia di edifici ed abitazioni!

Ce lo indicano le evidenti difficoltà nell’applicazione di un Protocollo d’intesa, tanto acclamato dalle istituzioni cittadine quanto fallito,che chiede ai soggetti, pubblici e privati, titolari di grandi proprietà immobiliari di mettere le stesse a disposizione e di confrontarsi con un strutturale disagio abitativo.

Una sperimentazione sicuramente interessante ma che presenta forti limiti strutturali. Il più importante fra questi, per quanto ci riguarda, è il mancato un coinvolgimento diretto di quei soggetti che, in maniera organizzata e attraverso azioni dirette, agiscono di fatto quei meccanismi di contrattazione sociale finalizzati all’acceso generalizzato ai diritti, alla casa e alla vita degna che la stessa legalità. In termini più generali è necessario abbandonare una gestione emergenziale del problema casa, dando risposte concrete e strutturali all’interno della città.

Per questo ribadiamo la necessità di riconvocare al più presto un tavolo che studi un nuovo Protocollo, tenendo in considerazioni nuovi elementi che in quello vecchio non si davano, per giungere a regolarizzare al più presto delle numerose occupazioni presenti a Bologna.

ADL Cobas

Campagna #ioccupo

Qua l’intervista all’assessore al Welfare Amelia Frascaroli da Repubblica.it

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