UNA FOTOGRAFIA DEL 20 GIUGNO ITALIANO*

Se c’è un’immagine rappresentativa del 20 giugno non può che essere quella dei livelli di partecipazione alle tre principali mobilitazioni in programma. Da un lato c’erano centinaia di migliaia di persone al Family Day 2.0 di Piazza San Giovanni, una sorta di adunata dell’estremismo clericale in tandem con altre rappresentanze religiose e un pezzo di società, considerato minoritario, che sente attaccate le proprie tradizioni.
Dall’altro lato, sempre a Roma, sfilavano nei pressi del Colosseo poche centinaia di persone convocate un mese fa dall’Arci, altre associazioni, rappresentanze sindacali ed ONG in opposizione alle politiche migratorie, italiane ed europee, responsabili delle stragi in mare.
Andando a nord-ovest, infine, c’è stata la mobilitazione costruita in pochi giorni grazie al lavoro straordinario che sta svolgendo il “Presidio Permanente No Border”, a cui abbiamo partecipato noi: quella di Ventimiglia, in solidarietà ai migranti accampati sugli scogli a ridosso della frontiera francese e attraversata da circa un migliaio di persone. Queste ultime due iniziative si sono inserite nella Giornata Mondiale del Rifugiato.

Se la piazza bigotta contro i diritti umani fa il pienone, le altre due che i diritti umani li ha difesi sono andate “così così”? La prima era una piazza di “destra” e le altre due “di sinistra”? Al Colosseo c’era il residuo della “social-democrazia riformista” e a Ventimiglia i “rivoluzionari” più radicali?
Certamente la complessità delle trasformazioni sociali e politiche in atto non possono essere ridotte a tali schemi di appartenenza, privi di senso per chi ha cuore un processo ricompositivo contro la miseria e la frammentazione del presente.

Possiamo infatti ipotizzare che qualcuno nei giorni scorsi sia stato alla Stazione Centrale di Milano o a quella Tiburtina di Roma a dare assistenza concreta ai migranti, per poi magari essere sabato con tutta la famiglia a protestare “contro la teoria del gender”, la nuova acrobazia linguistica. Lo stesso soggetto si sarà trovato a fianco in piazza persone che in Chiesa non ci sono mai andate, o che ci passano la stragrande maggioranza del tempo libero senza fare altro,oppure xenofobi, sino ad omosessuali “fedeli alla linea”. Una piazza unita nella difesa della famiglia tradizionale, del tutto divisa sui concetti di accoglienza, ambientalismo, giustizia economica e sociale, ammesso che chi vi ha partecipato se ne renda conto. Del resto, non tutto risplende del bagliore di Papa Francesco, ma è esattamente il prodotto di una contraddizione difficilmente superabile anche per i teologi più progressisti: l’ecologia, la “cura della casa comune”, è anche difesa della riproduzione umana “naturalmente” concepita. Si può anche occupare una casa sfitta, ma la famiglia che violerà “il dogma della proprietà” sarà costituita da uomo/donna/bambini, magari migranti musulmani.

Anche dal nostro fronte, però, occorre interrogarsi sui processi che ci portano a stare insieme nei conflitti. Dobbiamo dirci con franchezza che il tema delle migrazioni è sempre stato delegato a specialisti, sezioni, nuclei che hanno svolto il proprio lavoro con costanza ma la cui generalizzazione nei “movimenti” si è sempre sciolta attraverso una logica del “grande evento”, che troppo spesso è coincisa con i drammi. Tutto questo si riflette oggi nella debolezza di analisi, di proposte, di processi costituenti di cittadinanze nuove e welfare universali. Di una visione d’insieme degna di questo nome. Inoltre, al contrario di quelle organizzazioni capaci di diffondere in maniera capillare le proprie strutture di assistenza, non siamo stati abbastanza bravi nella nostra missione, diversa dalla loro, di valorizzare politicamente lo straordinario patrimonio di mutualismo come gli sportelli legali, le palestre antirazziste, le scuole di italiano. Abbiamo avuto la fobia di essere etichettati di “volontariato”, ma stando timidi nell’anonimato siamo caduti esattamente in questo tranello. E’ questo anche uno dei motivi per cui l’indignazione per Mafia Capitale è tutta rivolta allo spreco di danaro pubblico in sé, ma non sul fatto che sia stato esercitato sulla pelle dei migranti.

Quella di Ventimiglia è stata una grande giornata perché la nostra fluidità è anche capacità di essere immediatamente nel luogo giusto al momento giusto. Persiste però una preoccupante rigidità relazionale, nelle associazioni di carattere organizzativo, per quanto riguarda noi più politico/concettuale, che ci allontana dalla stupefacente semplicità con cui si innesca la solidarietà e le tante persone che la praticano. Va dunque tradotto in azione il coraggio di dire che i confini si spezzano non solo lavorando come talpe, ma restituendo questa fatica quotidiana alla dimensione pubblica. Se la verità è che l’esempio reale di auto-organizzazione dei migranti, non quello evocato, supera di gran lunga ogni nostra narrazione, fare coalizione è possibile attraverso la messa a disposizione di danaro, strutture, tanta organizzazione e altrettanta serietà.

La solidarietà tiene ancora aperti tutti i percorsi possibili da cui dobbiamo ripartire per vincere questa battaglia di umanità. La stessa solidarietà su cui è possibile conquistare potenzialità egemonica e comunicativa in maniera collettiva.

*di Detjon Begaj – Làbas Occupato; C.s. Tpo

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