La forza delle occupazioni in un mondo politico inerme

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La breve esperienza di OXI, il palazzo occupato in via dei Mille 9, sembrava destinata ad essere archiviata come un fugace exploit di mezza estate, ad essere cancellati con un colpo di spugna i bisogni delle decine di persone che l’hanno animata, i temi sollevati, e apparentemente solo sfiorati gli equilibri politici. Il fatto che così non è, e non poteva essere, ce lo dimostrano le considerevoli prese di posizione che leggiamo sui giornali. Che ci confermano che avevamo e abbiamo ragione e che ci impongono delle riflessioni importanti.

La partita della lotta per il diritto all’abitare è aperta da molto tempo in città, e si acuisce sempre più. Ovviamente non riguarda solo il tema (che qualcuno vorrebbe “problema di ordine pubblico”) delle occupazioni; quest’ultime però ne concretizzano straordinariamente l’importanza del tema abitativo e lo dimensionano in maniera plastica. Segnalano che un limite di sopportazione sociale è stato ampiamente superato e indicano le cifre macroscopiche che lo riguardano: circa un migliaio sono gli occupanti organizzati all’interno di strutture associative e del sindacalismo sociale, a cui vanno aggiunti un numero non quantificabile (che può però tranquillamente raddoppiare la cifra) di occupanti singoli, che stanno nelle baracche in campagna piuttosto che saltare tra un luogo fatiscente e l’altro e tantissimi altri che la casa ce l’avranno ancora per poco.

Ma il “merito” delle occupazioni, in questa fase,  è soprattutto un altro: sta mettendo in luce la vera natura degli attori in campo, degli equilibri politici, economici e sociali in città; rimuove il velo di confusione e indeterminatezza che finora ha nascosto i fallimenti e le potenzialità dei possibili percorsi di risoluzione dell’emergenza abitativa.

La nomina di Ingazio Coccia a scerif…, pardon, a questore di Bologna ha segnato certamente una rottura negli equilibri politico-istituzionali cittadini. Coccia è evidentemente un uomo dello Stato che risponde esclusivamente al Viminale di Alfano difendendo manu militari e con ampia disponibilità di portafoglio gli interessi della rendita, senza nessuna remora a sbattere bambini e pensionati in mezzo ad una strada: in questo è pienamente in linea con le politiche del Governo Renzi. Con tutti i soldi pubblici che ha fatto spendere per gli ultimi sgomberi si sarebbe potuta trovare una sistemazione a decine di famiglie senza casa.
Un tale modus operandi ha indubbiamente ridefinito un equilibrio tra i poteri istituzionali in città, costringendo l’amministrazione e la politica di questa città ad un ruolo comprimario, di lagnanza o di compiaciuta ratifica delle azioni di Piazza Galilei. Ne sono testimonianza le imbarazzanti e apparentemente schizofreniche prese di posizione di Merola e Frascaroli. Ma non è un problema di psicopatologie quanto piuttosto di una classe dirigente cittadina ostaggio di logiche politico-affaristiche e per questo incapaci di rispondere coerentemente ai bisogni del tessuto sociale. Il primo è impegnato a rincorrere la locale maggioranza PD renziana sul tema legalità per garantirsi la ricandidatura; la seconda è preda di un immobilismo che non le consente di andare al di là di qualche strizzatina d’occhio al mondo del sociale pur di non contraddire il sindaco.

In tutto questo quadro, troviamo di fatto costretti ad allinearsi alle posizioni della Questura, sia la Procura e che lo stesso Comune: le occupazioni di case sembrano essere il principale problema di questa città, tutti ne condannano la natura “illegale” e plaudono la celerità del ritorno alla “normalità” di legge. Nessuno che abbia la dignità di dire, invece, che il vero problema di legalità è la ‘ndrangheta che investe e “lavora” in questo territorio (come in altri della regione) e una “casta” politico/imprenditoriale fatta di presidenti di grandi cooperative, manager e politici che si spartiscono appalti, mazzette e poltrone!
La Mafia del Capitale governa anche a Bologna…

E allora perché, se fosse veritiero un quadro così descritto dai poteri cittadini, in questi giorni sulla stampa si stanno presentando delle sorprendenti e inaspettate prese di posizione? Da dove viene la proposta, come quella del filoso Stefano Bonaga, di una conferenza cittadina che porti ad un istruttoria pubblica per l’individuazione dei tanti stabili attraverso i quali dare risoluzione strutturale al problema della casa per tutti? Perché una personalità come Flavia Franzoni Prodi ritiene non solo possibile ma persino necessaria una soluzione simile, a partire dall’incapacità attuale delle istituzioni di dare risposta ai gravi bisogni sociali intorno all’abitare? E infine: perché, proprio e solo ora, l’Inps, soggetto chiamato da un anno a fare il suo su questo terreno, esce dall’anonimato e dichiara “completa disponibilità”?

La risposta è evidentemente una e risiede nella capacità che le occupazioni abitative hanno avuto nell’innescare dei cambiamenti veri per quanto riguarda la difesa (o la riconquista) del diritto alla casa.

Innanzitutto hanno costretto il problema abitativo a spostarsi dai margini del discorso pubblico, imponendosi prepotentemente al centro dell’agenda politica locale: ne è riprova, su tutto, che tra i pochi punti d’indirizzo della segreteria provinciale del PD per la ricandidatura di Merola ci sia proprio “il contrasto alle occupazioni abitative”. In sostanza i rappresentanti politici e gli amministratori sono ormai costretti a rincorrere i movimenti ed i sindacati che lottano per la casa.

In secondo luogo hanno messo a nudo, in maniera inequivocabile, l’inutilità e l’inadeguatezza della rappresentanza politica nel dar voce e trovare soluzioni ai bisogni sociali: in altre parole, chi ha animato e sta animando le occupazioni abitative si è fatto agente di vera e propria contrattazione sociale, che va a stanare e, se ci sono le condizioni, a dialogare direttamente con il potere.
Le occupazioni e le esperienze di autorganizzazione che le promuovono non hanno perciò evocato astrattamente diritti e tentato qualche soluzione, ma hanno individuato dove dirigere, in maniera concreta, funzionale e credibile, la loro forza: il protocollo d’intesa va applicato, fino a “forzare” i soggetti detentori dell’enorme patrimonio immobiliare inutilizzato (sia pubblico – Inps appunto, FS, Poste Italiane – sia del grande capitale) a metterlo a disposizione dell’uso sociale. Nelle condizioni storiche, politiche ed economiche attuali non c’è altra soluzione possibile e praticabile.

Infine, le occupazioni si dimostrano quotidianamente come sono: risoluzione concreta e immediata a bisogni sociali improrogabili, esperienze di solidarietà e mutualismo e, cosa non da poco, antidoto alla guerra tra poveri, sempre più declinata nella forma drammatica del razzismo. L’immagine dei bambini, alcuni nati in Italia, altri in Romania, che giocano sui materassi dopo lo sgombero del palazzo in via dei Mille 9 sono lo specchio di ciò che per noi significa integrazione e emancipazione, per tutti e ognuno, dalla povertà a cui siamo condannati.

Solo l’azione e il protagonismo dei movimenti cittadini per il diritto all’abitare sta ottenendo questi risultati. Nessuno, dotato di intelligenza e buona fede, può negarlo.

È per questo, con alle spalle i risultati, gli occupanti e la consapevolezza di star andando dalla parte giusta, che continuiamo a rivendicare la pratica dell’occupazione; soprattutto riteniamo improrogabile l’apertura di un tavolo che metta a confronto tutti i soggetti interessati – politico-amministrativi, proprietari, del sociale e della cooperazione vera – e che, per questo, non possa tenere fuori proprio quei soggetti che, come noi, autorganizzandosi e coalizzandosi, rappresentano realmente i bisogni di chi sta in basso, e che in questo momento sono gli unici a dare una risposta concreta.

Noi ci siamo: per gli altri non ci sono più alibi, per limitarsi a guardare e girarsi dall’altra parte.

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