#RIAPRIAMOLÀBAS – GRANDE MANIFESTAZIONE – 9.09.17 – BOLOGNA

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Hanno sgomberato Làbas dopo quasi cinque anni di attività al Quartiere Santo Stefano, nell’ex caserma Masini che abbiamo rigenerato dopo 20 anni di abbandono delle istituzioni.

Hanno sgomberato uno dei laboratori politici, sociali e culturali più importanti e partecipati a Bologna, in una città sempre più mediocre, senza idee e senza futuro.

Ma i nostri corpi, le nostre vite, le nostre passioni e i nostri sogni non si fermeranno con uno sgombero. Lo dimostrano i migliaia di messaggi, attestati ed iniziative di solidarietà giunti in poche ore da tutta Bologna, l’Italia e il Mondo.

Il motivo è semplice: quello che abbiamo fatto in questi cinque anni è andato ben al di là dei muri dell’ex caserma Masini, ed è diventato un orizzonte di possibilità per tutti.

Ora è tempo di dare una risposta forte e determinata a quello che è successo ieri.

È per questo che abbiamo deciso di lanciare due appuntamenti: il 30 agosto ci troveremo per un’assemblea pubblica aperta a tutte e tutti, mentre il 9 settembre ci rimetteremo in cammino in una grande manifestazione nella quale tutte e tutti insieme andremo, con gioia e determinazione, a riprenderci ciò che è nostro.

*Per adesioni ed informazioni scrivere a riapriamolabas@gmail.com.

Qui l’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1396308287155571/
#RIAPRIAMOLÀBAS

Cronache partigiane: la resistenza curda contro Erdogan

erdogan

VENERDÌ 27 GENNAIO ALLE ORE 19:00

CRONACHE PARTIGIANE
LA RESISTENZA CURDA CONTRO IL FASCISMO ISLAMISTA DI ERDOGAN

A seguire pizzata a cura della Làbiopizza a Làbas

La gravità della situazione ed i continui giravolta delle grandi potenze all’ interno del conflitto siriano determinano un quadro complesso e caotico in continua evoluzione.
L’ unica politica che invece rimane uguale e continua ad esser perpetrata senza alcun tipo di scrupolo è la politica della Turchia, volta ad affermare la sua ascesa nella costruzione dell’ impero neo-ottomano.
La recente riforma presidenziale della costituzione, l’ aumento della censura, l’ incarcerazione di avvocati e giornalisti, il licenziamento di migliaia di lavoratori pubblici, il commissariamento delle municipalità governate dal partito dell’ opposizione Halkların Demokratik Partisi – HDP e l’ incarcerazioni dei suoi leader e parlamentari, ci consegnano uno Stato ormai in balia di un regime.
La recente espulsione dell’ avvocata Barbara Spinelli, l’ aumento delle minacce nei confronti del leader curdo Abdullah Öcalan (rinchiuso da 18 anni nell’ isola-prigione di Imrali), la campagna di criminalizzazione della minoranza etnica curda e l’ invasione del territorio siriano al fine di estirpare le forze di difesa del “Sistema Federale Democratico del Nord della Siria” composto da diverse etnie tra le quali quella curda, sono solo alcuni tra i tanti segnali che arrivano dall’ Anatolia.
Per approfondire la complessità della situazione ed avere un quadro più esaustivo e veritiero, ne parliamo coni:

> Mahmut Sakar, avvocato di Abdullah Ocalan
> Barbara Spinelli, avvocata presso il foro di Bologna, “Giuristi Democratici”, recentemente espulsa dalla Turchia in occasione di una sua partecipazione ad un convegno sui diritti umani
> Giovanni Paglia, parlamentare
> Sara Montinaro Ya basta Bologna

***Nell’ occasione si raccoglieranno le partecipazioni per il Corteo Nazionale a Milano per la Libertà di Öcalan***

Evento FB: https://www.facebook.com/YaBastaBologna/photos/gm.243426499433186/1368786509859488/?type=3&theater

LÀBAS È A BOLOGNA IN VIA ORFEO 46

Quartiere Santo Stefano Antifascista

Wu Ming 2 commenta l’iniziativa sul Passante di Bologna

wuming

(trovate  questo testo su www.wumingfoundation.com/ )

La serata di presentazione della nostra inchiesta al Làbas Occupato è stata davvero un evento eccezionale.
A parte la sala gremita e la grande attenzione dedicata all’argomento, mi sembra utile sottolineare alcuni aspetti, per nulla scontati.

– L’iniziativa si teneva molto distante – per i canoni cittadini – dai quartieri direttamente impattati dal Passante di Bologna. Non credo siano state molte, finora, le iniziative spontanee promosse lontano dalla Tangenziale/A14 e fuori da luoghi istituzionali. Eppure, moltissime persone hanno risposto all’invito.

– Molte di queste persone, non credo di sbagliare, non sono frequentatrici abituali di stabili occupati. Soquante non avevano mai messo piede al Làbas.

– E’ dai tempi di Luther Blissett che ci occupiamo di Grandi Opere sul territorio bolognese – dalla nuova stazione alla TAV Bo – Fi al FICO – e di rado ci è capitato di vedere un centro sociale cittadino organizzare una serata così ben riuscita sui temi del diritto alla città e della ristrutturazione urbana. Credo che anche questo sia un segnale positivo, e non a caso arriva da un luogo particolarmente interessato alla questione.

Làbas infatti occupa da quattro anni la Caserma Masini, l’unica tra le aree militari di proprietà della Cassa Depositi e Prestiti situata in pieno centro, zona di interesse turistico e di rendita posizionale. Non a caso, la prossima serata intorno alla nostra inchiesta si terrà giovedì prossimo al centro sociale XM24, situato in un quartiere, la Bolognina, dove il comune porta avanti da tempo un tentativo di gentrificazione.

Ci sembra, insomma, che la serata di ieri sia un primo tentativo di “mettere insieme i pezzi” e di concatenare tra loro le lotte di chi resiste alla svendita della città, al trionfo del mercato su qualunque idea di pianificazione urbana.

– Non era scontata nemmeno la presenza del Comitato contro il Passante di Bologna (o di Mezzo), al quale nella nostra inchiesta non abbiamo riservato critiche. Sono intervenuti più volti, hanno portato dati e testimonianze importanti, e insieme ai No People Mover hanno contribuito a creare questo “nuovo vicinato” tra comitati cittadini contro Grandi Opere, studenti universitari, movimenti sociali, centro e periferia…

Ora si tratterà di coltivare l’innesto e di vedere se darà frutti. Ma il nodo, a giudicare da ieri, sembra tenere.

 

Wu Ming 2

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Collaborare a Làbas è Collaborare a Bologna

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Collaborare a Làbas è Collaborare a Bologna
verso il 26 novembre / quartiere Santo Stefano
Per chi ha delle responsabilità politiche, tanto più se si amministra una città, la distrazione è un brutto difetto. Solo così possiamo definire, fin troppo ottimisticamente, l’assenza totale di interlocuzione reale da parte dell’Amministrazione sulle sorti dell’ex caserma Masini.
Distrazione che si è consumata al tal punto da arrivare all’approvazione di un Piano regolatore (P.O.C.), concordato tra Comune e Cassa Depositi e Prestiti, che prevede la trasformazione di questa ex area militare in una struttura alberghiera a 5 stelle, un piccolo parcheggio pubblico, abitazioni di lusso e uffici!
Ciononostante, l’amministrazione ha cominciato la sua campagna elettorale sotto il nome del progetto “Collaborare è Bologna”, di cui ci limitiamo a citare gli obiettivi contenuti nel comunicato a firma di Virginio Merola, di cui si legge nel sito:

 

  • FARE_INSIEME: la rigenerazione collaborativa della città e dei suoi spazi fisici è possibile tramite pratiche e politiche per la cura dello spazio pubblico, per il recupero di luoghi abbandonati, per la realizzazione di orti urbani e spazi verdi, e per la cura della bellezza e della storia della città;
  • VIVERE_INSIEME: il benessere della comunità può trovare nuove soluzioni attraverso l’innovazione sociale, che affronta i bisogni delle persone trasformandoli in attori di iniziative che fanno leva sulla collaborazione e danno vita a nuove forme di welfare, socialità, mobilità, benessere fisico, servizi di quartiere e tutte le politiche volte a far star bene il cittadino nella sua comunità;
  • CRESCERE_INSIEME: anche lo sviluppo economico urbano deve diventare terreno di collaborazione tra città e Comune, per sostenere i saperi artigianali, agricoli, industriali, tecnologici, la creatività, la conoscenza, la cultura, la scuola e investire sugli strumenti e spazi collaborativi per favorire la nascita di nuove forme di lavoro e impresa.
Una contraddizione incredibile non può non saltare agli occhi: come stanno insieme i punti qui sopra, ciò che è diventata in questi tre anni e può continuare ad essere l’ex caserma Masini…ed un piano edilizio che consegna un parte preziosa del territorio al cemento dei privati, andando esattamente nella direzione opposta ed eliminando la nostra esperienza??
Solo domenica scorsa, infatti, ci siamo visti per festeggiare il nostro terzo compleanno e abbiamo avuto l’occasione di discutere con un pezzo della cittadinanza del quartiere raccogliendone le idee, le tante richieste di servizi e la volontà di costruire progetti partecipati, compresi quelli che sono stati rifiutati in passato dall’amministrazione. Queste proposte sono un patrimonio collettivo che può trovare casa a Làbas e che ci impegneremo a trasformare in realtà con tutti coloro che lo vorranno.
Per questo, per le 1600 persone che ad oggi hanno firmato in nostro sostegno l’appello promosso dalla Social Street di Via Rialto, Orfeo e de Coltelli e per tutte le altre che ogni settimana partecipano alle attività di Làbas, abbiamo deciso di proporre le nostre ragioni e quelle di tante abitanti del quartiere, partecipando da cittadini all’incontro di giovedì 26 di “Collaborare è Bologna”, questa settimana proprio al quartiere Santo Stefano.
È per organizzare queste ragioni che invitiamo tutti e tutte a Làbas alle ore 19.00 di mercoledì 25 novembre, durante il mercato di Campi Aperti, ad un momento di discussione democratica sul futuro dell’ex caserma Masini.

 

Verso la Coalizione Sociale a Bologna Sabato 3 Ottobre 2015

coalizioe sociale

Assemblea pubblica  Sabato 3 Ottobre 2015 ore 9 c/o “Circolo Arci San Lazzaro”

Anche a Bologna, le associazioni, i movimenti, i sindacati, che in questi anni di crisi e austerità si sono opposti alle politiche neoliberiste, alle molteplici forme d’ingiustizia e ai processi di deterioramento dei diritti hanno sentito la necessità di intraprendere un cammino comune, quello della Coalizione Sociale, declinando così anche a livello territoriale il percorso avviatosi qualche mese fa sul piano nazionale.

Il punto di partenza è la comune consapevolezza che “nessuno basta a se stesso”. E’ evidente che le molteplici esperienze messe in campo in questi anni da ogni singola realtà – per quanto ricche di vitalità e di elementi innovativi – si sono dimostrate se non insufficienti e inadeguate, sicuramente inefficaci a fornire una vera risposta alla crisi. Questo perché abbiamo forse vissuto con eccessiva separatezza i nostri piccoli o grandi mondi: la scuola, la casa, il lavoro, l’ambiente e gli spazi abbandonati delle nostre città.

L’emergere di nuovi e più radicali bisogni, sia individuali che collettivi, e la sostanziale incapacità da parte della politica e delle istituzioni di offrire risposte adeguate e di intervenire sulla struttura sempre più ineguale di distribuzione delle ricchezze e delle risorse – ha prodotto in noi un’urgenza. L’urgenza di verificare come costruire alternative concrete alle logiche pervasive del mercato, di sperimentare pratiche comuni che tentino di riconnettere legami sociali oggi estremamente frammentati e di riattivare i meccanismi di partecipazione e di azione collettiva tra ampie fasce della società sempre più indifferenti. Con l’obiettivo di riattribuire significato al rapporto tra azione politica e condizione di vita delle persone. Un percorso che cerchi in concreto di tradurre e di agire i principi fondamentali della nostra Costituzione repubblicana, che pone la giustizia sociale a garanzia dell’eguaglianza e della libertà degli individui.

Anche Bologna e la sua provincia ci hanno dimostrato negli ultimi anni la drammaticità di quanto sta avvenendo: chi il lavoro non lo ha più; chi non lo trova e chi ha addirittura perso la speranza di trovarne uno; chi è sempre più povero e con meno diritti, nonostante un lavoro ce l’abbia; chi rincorre stage e tirocini o è perso in una zona grigia tra lavoro nero e precario; chi non riceve più soldi dalla cassa integrazione; le finte partite IVA o i molteplici casi di ipersfruttamento che caratterizzano una vasta area del lavoro autonomo; chi quotidianamente vive con la minaccia dello sfratto perché impossibilitato a pagare mutui o affitti; intere zone della nostre città abbandonate (come centri sportivi, caserme e parchi); migranti, che scappano da povertà, guerre e persecuzioni, davanti ad un’Europa che non sa dare loro risposte, e che spesso li trattiene in strutture fatiscenti e disumane, utili solo ad arricchire chi specula nel circuito della non-accoglienza.

Solo facendo un salto fuori dal nostro sicuro recinto possiamo insieme realizzare un’idea nuova di città e di vita, immaginare un futuro di solidarietà e giustizia sociale. Proviamo a riunificare il lavoro, tentiamo di connettere e organizzare la società oggi drammaticamente frammentata, di combinare mutualismo e conflitto sindacale e lotte per il diritto all’istruzione, alla casa, alla salute, ad un’accoglienza degna e allo sport per tutti. E fare di tutto ciò nuovi elementi collettivi di contrattazione e vertenzialità sociale e di alternativa all’esistente.

Infatti, oggi più che mai il lavoro, l’istruzione e la sanità pubbliche e di qualità, il diritto all’abitare e ad avere una vita degna, un nuovo approccio alla produzione e al consumo, sono pietre angolari da difendere e da riprogettare, fondamenti sui quali ricostruire un progetto di trasformazione sociale. È per questo che dobbiamo rilanciare e che dobbiamo farlo collettivamente.

Le lotte nei luoghi di lavoro non riguardano solo le vite dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolti nella singola vertenza, ma ci parlano immediatamente del nostro futuro; così come le lotte per il diritto all’istruzione – non possono essere confinate alla sola azione di insegnanti e studenti.

Possiamo forse pensare che il diritto alla casa sia un tema che tocca solo i più poveri, non vedendo quanto esso sia legato a doppio filo alla perdita del lavoro e all’insufficienza del sistema di welfare? Allo stesso modo, il tentativo di rigenerazione e riqualificazione di spazi un tempo pubblici – come le tante aree abbandonate e lasciate all’incuria – così come il quotidiano agire di tante realtà associative e culturali presenti sul nostro territorio, non vanno certo sminuite come mera espressione di un “fenomeno giovanilistico”, bensì considerate realizzazione di un’idea di città plurale, inclusiva e solidale.

Sono proprio tutte queste realtà – che con le loro piccole o grandi azioni di resistenza quotidiana rendono Bologna viva e sociale – che noi vorremmo conoscere, intercettare e incontrare, con cui vorremmo coalizzarci per costruire percorsi e pratiche condivisi. Ben consapevoli che solo con il fondamentale contributo di tutti potremo attivare dinamiche concrete che rafforzino le relazioni e iltessuto sociale di questo territorio.

Incontriamoci quindi tutte e tutti

Sabato 3 Ottobre 2015 oren 9

c/o “Circolo Arci San Lazzaro”

via Bellaria, 7 – San Lazzaro di Savena

Per info e contatti: coalizionesociale.bo@gmail.com

APPUNTI PER UN NUOVO DIBATTITO SULLA FORMAZIONE

Serve dirsi con chiarideeezza la verità, con semplicità, con parole non banali, ma comprensibili e trasmissibili; raccontarsela e raccontarla è un esercizio di rappresentanza che non ci appartiene, anzi, lo detestiamo. Diciamo dunque la verità, senza sconti: da anni l’Università è un deserto di conflitto e le poche volte in cui vi sono stati prolegomeni di lotte esse non sono stati lievito di nulla, ma debolissimi ingredienti di una maionese che impazzisce. Giusto provarci sempre – e in tanti ci abbiamo provato – ma è giusto anche dire che così non si va da nessuna parte. Nulla è ciò che è stato. Non lo è per lo Stato e gli apparati (anche della formazione) in cui si articola, figuriamoci per chi si pone l’obiettivo di “fare movimento”.

Ricominciare significa ricominciare

Poniamoci le domande utili allo sviluppo di questo ragionamento: è il contesto in cui agiamo ad essere cambiato? Le tradizionali ricette, analitiche e di pratiche d’azione, non sono produttive perché gli attori sono incapaci di recitare le parti della commedia o perché è la realtà ad aver fatto un vero e proprio salto di paradigma?

Pensiamo a quando è arrivato il sonoro al cinema, gli orchestrali si sono trovati un altro impiego, pena subire un lancio di uova dalla platea o invecchiare in attesa di essere invitati in qualche cinema di nicchia come curiosità per borgeois bohemienne.

Al netto delle tantissime iniziative svoltesi nel territorio, riuscite o meno riuscite, quest’anno sono stati molti gli studenti e le studentesse di Bologna che hanno detto con chiarezza che le proposte politiche, le metodologie e finanche gli stili della militanza esistenti sono quanto di più distante da loro. Non ci credete? Si guardino su Facebook le pagine dei “collettivi” o i gruppi di facoltà per averne prova.

Di fronte all’emanazione del Codice Etico, dell’annuncio del progetto Staveco e la svendita di alcune facoltà, passando per la guerra ideologica sulla pulizia dei muri di via Zamboni, fino alla stretta su spazi ed autorizzazioni cosa si è mosso, se non un’immensa generosità soggettiva, repressa in maniera inaudita, e poco più? 

Crediamo che l’uscita delle linee guida su “La Buona Università” prevista per settembre, di cui le raccapriccianti anticipazioni – tra cui l’idea di un Jobs Act Universitario – possano scatenare una rivolta spontanea e diffusa, magari a seguito di rituali e balcanizzate assemblee pubbliche? Crediamo che l’arrivo di un (altro) Rettore renziano, in assoluta continuità con Dionigi, possa produrre un’ indignazione democraticista tale persino da sconvolgere il triste film, visto e rivisto, delle elezioni degli organi studenteschi del prossimo anno?

Può darsi che gli studenti e le studentesse siano diventati tutti ricchi borghesi servi della reazione, ma chi pensa questo rompa le righe e vada a laurearsi in fretta. Noi pensiamo, al contrario, che mai come oggi, le contraddizioni dell’Università di Bologna siano gigantesche e che vada costruito collettivamente un salto di qualità nell’analisi e nell’offerta politica per rompere la iato tra poter essere e la sterilità corrente. Una sterilità che giova solo alle rendite di posizione di una parte di associazionismo universitario che baratta spazi e aule studio in cambio di docilità e obbedienza.

Quello che state leggendo è questo: una dichiarazione di intenti che vuole aprire una fase costituente.

Scopriremo quindi un contesto universitario che ricorda la Londra di Dickens, ove al lavoro minorile è sostituito il lavoro diffuso, all’industriale in carrozza il manager finanziario dei prestiti, al fumo acre delle ciminiere la diseguaglianza sociale.

La riproduzione senza occupazione

Partiamo da una prospettiva che ci è utile: l’Unibo è pienamente attraversata dalla crisi finanziaria, politica, democratica, di sistema.

All’interno del processo di crisi essa subisce la crisi della sua missione: l’università non è più di massa, non ne è garantito l’accesso, non vi è più il mercato di sbocco che possa assorbire le figure formate in maniera fordista secondo logiche di pianificazione di medio e lungo periodo.

Se vi era un contratto sociale non scritto tale per cui i capaci e meritevoli studiati avrebbero avuta garantita l’emancipazione di classe esso è stato rescisso, dall’alto.

L’ultimo Rapporto Almalaurea sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati porta la stessa a dire che “la ridotta mobilità sociale riscontrata nel mercato del lavoro retroagisce, attraverso le aspettative di inserimento occupazionale, sulle scelte d’istruzione dei gruppi sociali svantaggiati, ingessando ancora di più la struttura sociale “.

Si badi anche che in molti non guardano più all’Università come ad dispositivo di mobilità sociale, preferendo altre scelte di vita ai percorsi formativi lineari.

Questo fallimento dell’Università riguarda le facoltà umanistiche o anche le scientifiche? E’ un fenomeno trasversale; ove vi erano facoltà sicure, ora vi sono precarietà diffusa e redditi bassi.

Almeno dal 2005 continuano a decrescere i redditi dei laureati impiegati a tre anni dalla laurea ed ora la media è nell’intorno di 1000€, lo stesso salario percettibile con un impiego che non richiede -né operativamente, né formalmente- una patente di alta formazione.

Nel secolo scorso la produzione chiedeva migliaia di impiegati per una professione standardizzata? L’università li produceva; ora la precarietà diffusa non richiede impiegati per professioni ma nel migliore dei casi professionalità precarie ad alta disponibilità il cui impiego è soggetto al ricatto continuo di un esercito di riserva che compete sull’abbassamento salariale senza poter esercitare alcuna rigidità della domanda contro l’offerta: Unibo oggi è un’enorme contenitore dove si paga per essere lavoratori in formazione senza occupazione.

Estrattivismo senza occupazione

Le decine di migliaia di giovani laureati cosa fanno? Se è saltata la mobilità sociale, la precarietà è diventata lo statuto del lavoro e se questo non è più il canale di accesso ad un reddito degno, allora l’intero processo di produzione dei sapienti appare come un’enorme macchina cortocircuitata.

E’ vero però che i processi di valorizzazione si nutrono a piene mani della disponibilità di questo dotto esercito che accetta ogni lavoro – compresi quelli gratuiti ad Expo o quelli delle iniziative di Jobs Placement – e che si mantiene nel circuito a sue spese comprando alcuni tra i tanti moduli di aggiornamento continuo. La Garanzia Giovani accademica, insomma.

E sul fronte dell’estrazione del lavoro sociale? Facciamo degli esempi concreti: pizza.bo.it è stato venduto con una plusvalenza fuori dalla norma ad un fondo finanziario che non ha investito nulla per creare le condizioni per la sua invenzione e realizzazione. Lo stile di vita precario del fuori sede fa fare fortune! Gli stessi stili di vita metropolitani che sono il lievito madre delle partiva iva che fanno gli editors per Yoox.

Non basta: le aziende pescano a mano bassa forza lavoro disponibile e ben formata per sfruttarla senza mantenerla aggiornata e poi la espellono dai processi produttivi, fenomeno evidente nel settore motor & packaging, nella riproduzione sociale (quanti operatori sociali senza qualifica!?), negli infermieri rilocalizzati a nord di Londra o nelle periferie australiane, nei giuristi ridotti alla schiavitù delle fotocopie o delle code in cancelleria, nei parafarmacisti impiegati come banconisti in partita iva, nei filosofi che diventano badanti nelle cooperative di sostegno nelle scuole private.

Infine la dismissione progressiva del diritto allo studio apre l’enorme mercato per i debiti d’onore -perifrasi idiota e dolosa- che altro non sono se non mutui biopolitici che ipotecano il futuro reddito degli studenti.

Insomma il tasso crescente di non occupazione e di basso reddito anche dopo cinque anni genera il mercato della formazione a pagamento continua: il fallimento della missione dell’Università è produttivo per la rendita, tanto quanto lo può essere un future sulla crisi del debito greco.

Che fare per agitare il sapere?

Nel post – Bologna Process non crediamo di certo che tutte le condizioni di cui stiamo scrivendo siano esclusiva della nostra città, altrimenti non ci spiegheremmo l’assenza di moti insurrezionali accademici in Italia o altrove. Nonostante ciò, abbiamo osservato con attenzione quanto sta accadendo in alcune università londinesi, olandesi, canadesi o americane e quanto sia importante la consapevolezza che la meritocrazia manageriale è un inganno anche in mercati del lavoro che funzionano meglio del nostro: quando l’università accetta lo sposalizio combinato con le aziende, il livello di diseguaglianze tende ad essere inaccettabile. Ovunque. A tal proposito, si veda a casa nostra la segmentazione dell’offerta formativa frutto di una visione elitaria della società, ai cicli di studio ordinari cui vengono ridotti i budget, mentre alla formazione di corsi di élite si regalano ingenti risorse, ospitalità, stuff.

Ma se la produzione capitalista non considera più centrale la produzione di sapere a mezzo sapere, se il suo attraversamento non garantisce l’accesso a profili reddituali elevati, la domanda che ci poniamo è: a chi serve l’Unibo? La scommessa è che essa sia l’ultima grande fabbrica rimasta e che abbia la caratteristica di mantenere prossimi e contigui decine di migliaia di nuovi sfruttati. Questa la sua debolezza, questa la nostra principale leva di forza: Bologna continua ad avere un rapporto di massa straordinario tra numero di studenti e abitanti. Stiamo proponendo una nuova teoria del “rifiuto del lavoro” calibrata su questi parametri? Sarebbe demenziale.

Non siamo tra coloro che attendono sul bordo del fiume il passaggio dei movimenti, siamo chi ritiene che tra soggettività e movimento vi sia un intreccio reale e complesso, dunque articolato, tutto da esplorare, dialettico, mai modellistico o, peggio, inchiodato da esempi del passato che talvolta, quando sono riproposti, sono un curioso interrogativo per la sociologia dei costumi che puzza di simbolismo a distanza di miglia.

Intendiamo invece sperimentare una nuova processualità politica, vertenziale, progettuale e dello stare insieme esattamente dentro questi luoghi il cui vuoto può essere riempito. Luoghi che si dispiegano dalla fase di uscita dal ciclo dell’istruzione secondaria sino al post-laurea. Non lo faremo da soli, ma con chi deciderà insieme a noi di tracciare sentieri nuovi.

Studenti e studentesse di Làbas e del c.s. Tpo

Crowdworking//Fuori Dalla Giungla

Marzo 2015…
Crowdworking per la realizzazione di un nuovo laboratorio socio-culturale e socio-politico che partendo dal basso si estende alla città. L’incontro e la sinergia sono i presupposti fondamentali per avviare una ricerca nel mondo contemporaneo dell’espressione. Lo scopo è la produzione artistica e culturale che differenziandosi sfida la produzione dell’arte-merce come bene di consumo.
…Coming soonpresentazione

DUE ANNI DI OCCUPAZIONE. DUE ANNI DI LOTTE. DUE ANNI DI PROGETTI.

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Ci siamo.

Siamo quasi arrivati a due anni di occupazione dell’ex caserma Masini da parte del collettivo Làbas.

Due anni in cui son state aperte, attraversate, queste mura, che prima erano state lasciate ai piccioni, ai topi e alle intemperie.

Due anni in cui ci siamo riappropriati di questo spazio, e con noi se ne sono riappropriati il quartiere, la città, ogni singolo musicista, produttore, artista, studente, bambino, mamma, papà, professore, anziano e tutti quelli che non si riconoscono in queste categorie, facendolo diventare piazza di scambio politico, sociale, umano.

Due anni in cui da queste mura sono uscite lotte, dalla campagna bologna is not for sale, all’ultima #ioccupo, da manifestazioni affianco ai fratelli migranti, manifestazioni contro i nuovi e vecchi fascismi, azioni per il diritto allo studio, il diritto alla città e all’abitare, contro il carovita, contro il F.I.Co..

Andando anche fuori dallo stivale, da Francoforte contro la BCE e arrivando fino alla Tunisia, passando per la Turchia ed ora a Kobane.

Due anni di progetti che son cresciuti o hanno intrecciato le mura di Làbas e si sono evoluti fino a uscirne e contaminare ciò che ci sta intorno, come Làbimbi, la Biopizzeria, Orteo, lo sportello per il diritto all’abitare, Campi aperti, i balli popolari……

I primi due anni sono andati.

E sono solo i primi due.

Vi invitiamo a riappropiarvene, a rivendicarli e a viverli insieme a noi

Vi invitiamo a raddoppiare con noi la gioia che questi anni ci ha portato questa esperienza, che è solo all’inizio.

Mercoledì 12 Novembre aspetta la mezzanotte con noi per quello che Làbas è stato e verso quello che sarà.

h 17.30 -> Dolci formine
laboratorio di cucina bio per bambini a cura di Làbimbi

h 19.30 -> Cena di autofinanziamento
a cura di ORTEO e la BIOPIZZERIA

dalle 19.00 live set with
-> Betta e Lore in “danze folk”
-> I suonatori della valle del Savena in “bàl stàcc”
-> DJ Farrapo feat. Tim Trevor Briscoe (ElectroSwing & GlobalBass)

inoltre per tutto il pomeriggio e la sera…….
Reading
Live Painting
Proiezioni, Mostre ed installazioni
Qualche cocktail e un po’ di freestyle
Giocoleria

1 MAGGIO a Làbas – La piazza illegale si riprende i tempi e gli spazi

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Abbiamo scelto di non celebrare una ricorrenza. Abbiamo scelto di far parlare l’esperienza illegale che nel nostro tempo, 2014, nel nostro spazio, Bologna, distrugge le ritualità e crea immediatamente nuove prospettive comuni.

Non serve un giorno consacrato per poter parlare di lavoro, casomai ci serve per rifiutare certe forme di lavoro e soprattutto di sfruttamento che ci sono oggi, nel 2014. Nuove forme di lavoro, possibilità di co-working, creazione di reddito e di libertà sono il frutto quotidiano della cooperazione a Làbas, sono in aperto conflitto con la precarietà e si producono insieme proprio grazie a questo conflitto.

Le possibilità che stiamo creando grazie a uno spazio riappropriato e grazie a tante forze cooperanti vanno in direzione opposta all’individualismo, al riconoscersi in una professione, per lo più precaria, ed alla dichiarazione di impotenza rispetto allo sfruttamento che viene esercitato sulla nostra produzione, vita e riproduzione. Le pratiche di creazione di reddito, nuovo welfare, crowdhousing, vanno in direzione opposta al Jobs Act e al piano casa di Renzi, ma soprattutto rifiutano di essere sottomesse a un piano di decisione che sta al di sopra di noi, nelle sedi di banche e banche centrali e nelle direttive che queste danno ai governi. Per questo l’11 luglio saremo tutti a Torino contro il summit europeo sulla disoccupazione giovanile.

L’1 Maggio Làbas Occupato promuoverà l’inaugurazione di Cheap festival, che quest’anno ha scelto come tema principale la questione “green” e quindi ambientale. Una difesa dell’ambiente e contro il degrado degli spazi abbandonati ed in mano alla rendita e alla speculazione che non è fine a se stessa, estemporanea o meramente estetica, ma che parla subito di Diritto alla città e di decisionalità cooperante dal basso: #bolognaisnotforsale #bololibera !

Sarà sicuramente occasione di festa e di socialità, come le migliaia di persone che hanno attraversato e costruito Làbas in questi mesi hanno imparato a conoscere, ma sarà soprattutto un ulteriore momento in cui scegliere da che parte stare: per la difesa di uno spazio che diviene sempre più comune, e contro ogni possibile sgombero; per il riuso democratico degli spazi e contro la speculazione; per la sovranità alimentare e contro F.I.Co.; per un’Europa senza frontiere e contro i luoghi di detenzione per migranti; per il crowdhousing, la casa e la cooperazione; per il reddito, l’uguaglianza e la libertà e contro la disoccupazione!

Piazzale “I° Brigata Garibaldi Irma Bandiera”, la piazza illegale di Làbas, è lo spazio. Un anno e mezzo di occupazione è il tempo. Questa è la collocazione del nostro 1 maggio, questa è la possibilità che tutti abbiamo di guardare a nuovi conflitti e a comuni alternative.

IL NAUFRAGIO DEL DIRITTO ALLO STUDIO

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No ai tagli, No all’austerità! Diritto allo Studio, Diritto alla Città!

Le notizie che rimbombano dalla Regione Emilia Romagna sono raccapriccianti e non fanno altro che confermare quanto l’Er.Go ha comunicato privatamente nei giorni scorsi a molti studenti e studentesse: non ci sono abbastanza fondi per coprire tutte le richieste delle borse di studio.
La Regione si è dunque detta costretta ad una decurtazione di 1000€ ad un migliaio di aventi diritto, fino ad arrivare per alcuni ad una riduzione di 3500€ (su 5000€) del contributo spettante ai vincitori dei bandi.
Tutto ciò è assolutamente inaccettabile e di estrema gravità: ancora una volta si va dalla direzione opposta a quella dell’allargamento e lo sviluppo dello spazio vitale dei diritti fondamentali, quali sono quello allo studio, all’accesso ai saperi, al reddito, alla casa e all’autodeterminazione del proprio presente e del proprio futuro attraverso un’esistenza degna.
Per quanto ci riguarda, è finito il tempo delle trattative. Gli studenti e le studentesse pretendono immediatamente soluzioni diametralmente opposte a quelle imposte dall’Europa dell’austerità e del Patto di Stabilità interno.
Soluzioni che riconoscano universalmente e incondizionatamente il diritto allo studio e che promuovano i percorsi di co-working, di riqualificazione di aree abbandonate a scopo abitativo e sociale, di costruzione ed autogestione di orti urbani e di tutto ciò che abbiamo già cominciato a riprenderci senza chiedere il permesso: il diritto alla città.
Al contempo, dalla governance dell’Università di Bologna non accettiamo più le lacrime di coccodrillo, ma esigiamo un dirottamento degli investimenti per il “Progetto Staveco” che vada a coprire il buco delle borse di studio.

Non c’è niente di più illegale della negazione del diritto ad una vita degna.

Non c’è niente di più legittimo che lottare per riprendersela!