ROMA, 21 OTTOBRE 2017: NESSUNA PERSONA È ILLEGALE!

marcia

Condividiamo l’appello Nessuna persona è illegale – Libertà di movimentoper manifestare il 21 ottobre a Roma.

• Per info partenza PULLMAN da Bologna: tpo@mail.com 3271798801
• Qui l’evento ufficiale della manifestazione: 21 Ottobre in piazza a Roma: #Nonèreato! https://www.facebook.com/events/281944142306771/

Ci sono momenti in cui non si può rimanere a casa, in cui scendere in piazza è un’urgenza non rimandabile.
Quest’estate, governo, giornali e gruppi di estrema destra hanno dichiarato guerra all’umano. Attraverso l’attacco alle ONG, hanno legittimato l’assasinio di centinaia di migliaia di esseri umani. Il ministro Minniti ha imposto delle regole per ostacolare il salvataggio delle persone alla deriva e ha stretto accordi con le milizie libiche (colluse con i trafficanti e, secondo alcune fonti, vicine all’ISIS). Il governo del Partito Democratico, intanto, ha finanziato con miliardi di euro pubblici l’apertura di campi di concentramento in Libia.
Di fronte a questa barbarie non si è mosso quasi niente. Se non delle voci, spesso solitarie, di denuncia e testimonianza. Ma questo non basta!
È arrivato il momento di scendere in piazza, in tante e tanti, per dire che esiste un altro pezzo di Paese. Spazi sociali, esperienze solidali, laboratori territoriali di mutualismo e di solidarietà attiva, collettivi e comunità di migranti auto-organizzati, donne e uomini che non credono alle menzogne razziste e sanno bene dove cercare i responsabili delle tante problematiche sociali che affliggono le componenti più deboli della società.
È arrivato il momento di dire con forza che bisogna smettere di tollerare l’intolleranza, che occorre togliere qualsiasi spazio agli spacciatori di odio e razzismo, che NESSUNA PERSONA È ILLEGALE. Non staremo a guardare di fronte al ritorno della barbarie!
Vogliamo essere in piazza perché riteniamo urgente rispondere al clima di odio razziale e di guerra ai poveri che sta imperversando nelle nostre città e che viene alimentato ad arte dal razzismo istituzionale e dallo sciacallaggio di formazioni esplicitamente neofasciste.
Vogliamo essere in piazza assieme alle donne e agli uomini migranti che continuano a mostrarci grande coraggio e determinazione nel disegnare le proprie rotte e costruire il proprio futuro.
Vogliamo essere in piazza contro la legge Minniti-Orlando, razzista e securitaria che pretende di toglierci la parola e gli spazi di vita nelle nostre città.
Vogliamo oltrepassare i confini di Ventimiglia, del Brennero, dove in troppi cercano di affermare il proprio diritto all’esistenza, così come vogliamo abbattere i confini interni alle nostre città, quelli visibili che producono una povertà di differenti colori ma fatta della stessa sostanza e quelli invisibili che ci mettono l’uno contro l’altro.
Vogliamo portare in piazza un’ “altra accoglienza”, che non si basi sul business dell’immigrazione, il confinamento dei corpi e lo sfruttamento di chi vi lavora, ma che, attraverso pratiche solidali e di mutualismo, promuova diritti e percorsi inclusivi
Vogliamo costruire questa giornata insieme alle seconde generazioni e a tutt@ i/le cittadin@ che rivendicano lo Ius Soli come battaglia di civiltà essenziale per iniziare a demolire le impalcature del razzismo istituzionale, saremo a Montecitorio con loro il 13 ottobre quando manifesteranno sotto il parlamento per rimettere questo elemento al centro dell’agenda politica.
Sentiamo l’urgenza di scendere in piazza e lo faremo con le modalità che ci sono proprie, nella costruzione di una processualità pubblica, larga e condivisa, come il movimento femminista, soprattutto in quest’ultimo anno, ci ha indicato.
Sei anni di crisi economica e di austerità hanno peggiorato le condizioni materiali di larghi settori di popolazione, ma dobbiamo avere la determinazione di continuare dire la verità: i migranti non sono il problema. Il problema sono le banche che speculano sulle nostre vite, i politici che ci impoveriscono, le imprese che ci sfruttano. Per questo, non smetteremo di rivendicare frontiere aperte e libertà di restare e partire insieme a forme universali di welfare, un reddito gar
antito, maggiori diritti sul lavoro, investimenti su formazione e sanità, case per tutt*.
Il 21 ottobre saremo quindi in piazza con tutte queste rivendicazioni e con un unico slogan, su cui non c’è mediazione possibile: Nessuna persona è illegale!
Invitiamo tutti coloro che lo condividono a mobilitarsi, a diffondere l’appello, a organizzare autobus e macchine per partecipare al corteo e costruire insieme la manifestazione.

Làbas oltre Làbas / Bologna oltre Bologna

striscione

 

Un corteo di 20mila persone a Bologna – in questi tempi di ansie securitarie e politiche dell’odio – non è qualcosa di scontato. Di più, è una boccata d’ossigeno che rompe il grigiore delle retoriche del degrado e della paura che stanno trasformando le città in spazi sempre più blindati. Un evento straordinario se aggiungiamo che chi è sceso in strada lo ha fatto per uno spazio sociale. Il carattere di extra-ordinarietà della manifestazione di sabato 9 a Bologna non è però comprensibile nei termini del miracolo, ovvero dell’evento inatteso e inspiegabile. Piuttosto è una rottura dell’ordinario, di quella quotidiana dose di razzismo, rassegnazione e frustrazione che sembrano essere diventati la cifra del nostro presente; è una marea di convergenze nella quale ognuno può essere parte del cambiamento; è l’apertura di un possibile che è già presente e aveva solo bisogno di spazio per venir fuori.

Sarebbe però riduttivo pensare che tutto ciò sia accaduto per via di un semplice luogo. Làbas è stato, è e sarà molto più di quattro mura. Basti pensare allo sgombero subìto l’8 agosto: invece di indebolirci ha fatto esondare per le strade della città tutta la ricchezza sociale che è stata accumulata in questi cinque anni attorno alla Caserma Masini. Una ricchezza che non è semplicemente in Làbas, ma nella città tutta. Perché Làbas è un’esperienza comune, un esperimento di cooperazione dal basso e autonoma in continua evoluzione. I tanti progetti che tra le mura di via Orfeo avevano trovato una casa – e che a breve ne avranno un’altra – sono un esempio concreto di quella potenza collettiva che si può chiamare in tanti modi ma che rende l’agire in comune una risorsa sociale: mutualismo, solidarietà, coalizione. Il possibile che Làbas ha mostrato poter essere reale è quello del fare società, del ricostruire legami e reciprocità, dell’accoglienza e non dei muri, dei beni comuni e non della rendita, della partecipazione e non del decisionismo.

Ma Làbas è già andato oltre Làbas.

A partire dal giorno dello sgombero, infatti, abbiamo provato a mettere in campo una processualità aperta e condivisa che non si limitasse a poche persone. Siamo di fronte ad una scommessa importante: è possibile immaginare una Bologna diversa da quella interessata solo a grandi opere e business? Una città che non trasformi le questioni sociali in problemi di ordine pubblico ma in occasioni di crescita collettiva? Una Bologna che ripensi se stessa a partire dalle tante esperienze di volontariato, associazionismo, solidarietà, sindacalismo, movimenti? Noi crediamo di sì. Come opporsi al deserto che le politiche di tagli e sicurezza stanno creando nelle nostre città? Politicizzando il sociale, coalizzando quelle forze – vecchie e nuove – che invece si riconoscono nella potenza costituente della cooperazione e del mutualismo per praticare l’alternativa. L’immaginazione civica non piomba dall’alto, si costruisce nelle processualità aperte dei conflitti e delle esperienze della città.

Quello che occorre è invertire la tendenza. In questi mesi si è venuto a creare un clima generale di attacco alla solidarietà e al mutualismo. Pensiamo alla odiosa campagna di limitazione e diffamazione nei confronti delle ONG che in mare fanno quello che gli Stati non fanno: salvare vite umane. Ma pensiamo anche alla minaccia di una campagna nazionale di sgomberi; scene come quelle di palazzo Curtatone a Roma rischiano di diventare il volto brutale di mesi di retoriche del decoro e ordinanze anti-degrado. La vicenda di Làbas invece segna un cambio di rotta: la forza collettiva coagulatasi nei 20mila di sabato ha obbligato un’amministrazione locale – che fino a questo momento aveva messo la testa sotto la sabbia davanti agli sgomberi e alle istanze sociali che le occupazioni portano avanti – a riconoscere il valore cittadino di questa esperienza, impegnandosi pubblicamente a trovare nuovi spazi. Non si tratta di un regalo, di una concessione o di un accordo, ma di una conquista strappata, di un’affermazione imposta grazie alla determinazione di tanti e tante, diversi ma uniti.

E ora? Abbiamo percorso tanta strada ma non per questo siamo arrivati. Prima di tutto, alle promesse dovranno far seguito i fatti: la campagna #RiapriAMOLàbas non si fermerà finché non potremo festeggiare i cinque anni di questa esperienza in un nuovo spazio. Il punto non è rientrare nelle regole per tornare all’ordinario, ma cambiare le regole perché quelle attuali non vanno. Làbas non va normalizzato; va riconosciuto nella sua autonomia e indipendenza, nella sua spontaneità, nella sua capacità di costruire collettivamente un pezzo di città diversa. Perché fin dall’inizio abbiamo scommesso sul carattere pubblico e processuale del suo destino, laddove pubblico non significa la apparente e formale neutralità dei bandi e degli avvisi, ma la concreta e democratica partecipazione a processi decisionali aperti a tutti quelli che vogliono contribuire. Se qualcuno pensava di depotenziarci, dopo il 9 sa che invece la marea è andata be oltre Làbas e ha investito la città. E qua sta il secondo punto. Si è aperto uno spazio cittadino di partecipazione e alternativa. Sta a tutte e tutti noi non permettere che venga chiuso ma far sì che debordi. Occorre riaprire una contrattazione sociale fra le istituzioni e la città. Occorre ripensare Bologna a partire dalla potenza costituente della cooperazione. #BolognaoltreBologna, la città dell’alternativa oltre il grigiore della città del business.

“L’aria della città rende liberi” diceva un motto medievale per indicare gli spazi urbani svincolati da obblighi feudali. Ci sono nuovi vincoli da cui liberarci. I vincoli della paura, del razzismo, della governance decisionista, delle politiche neo-liberali di rendita e concorrenzialità. La chiave per aprire nuovi orizzonti è solo celata alla nostra vista ma si trova già qua. Sabato ne abbiamo visto tutte le potenzialità. Una direzione è tracciata, ed è importante notare come siano tante le città radicali/ribelli/senza paura attorno a noi, segno di una possibile geografia europea da costruire al di là dei perimetri imposti dalla sovranità e dagli stati nazione. La strada da percorrere lunga ma di compagni e compagne lungo il cammino siam sicuri ne troveremo molti se avremo coraggio.

Il giorno dopo la manifestazione #RiapriamoLàbas

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Non ci sono parole per descrivere quello che è successo ieri. Basta perdersi nelle foto e nei video che si rimbalzano nel web, nei racconti entusiasti delle migliaia di persone che c’erano, nelle voci infine rauche di chi urlando ha dato parola e significato ad un corteo straordinario.
Ieri eravamo tanti, tantissimi. Ma non è solo una questione di numeri.
Tutte quelle persone, quelle biografie diverse, quelle storie uniche non hanno solo riempito le strade: hanno portato tutte e tutti assieme Làbas oltre Làbas.
Ma cosa significa questa cosa?
Significa che 5 anni di storia di un spazio sociale non possono essere intese solo come un elenco di progetti, iniziative, manifestazioni fatte. Sono vita, cambiamento, evoluzione, politica e sociale. E, come tali, esigono un nostro pensarci sempre nuovi, attuali, mai come il giorno prima.
Perchè Làbas non sarà più come prima.
E lo diciamo lasciando ad altri lo sconforto, la delusione e la tristezza: perchè mentre lo diciamo ci pervade la stessa ambizione, felicità, voglia di fare, che ieri animavano le strade e le piazze di questa città. Certo, non è scontato, soprattutto se in gioco ci sono i flussi sociali, culturali e politici che eccedono le mura -qualsiasi esse siano- di uno spazio, ma è quello che abbiamo conquistato tutti e tutte insieme in questo mese di grande intensità.
Ed è proprio quell’ “eccedenza” che non dobbiamo disperdere. Dobbiamo farlo perchè quello che è successo ieri è la prova concreta che è possibile, insieme, immaginare e soprattutto incidere sul futuro di questa città (e non solo), sui suoi luoghi, sul significato della cosa pubblica. Dobbiamo farlo perchè siamo tanti, tantissimi, a volerlo fare insieme. Dobbiamo farlo, infine, perché è il volto giusto, accogliente, solidale della città del domani.
Insomma, se è vero che Làbas significa “laggiù”, è anche vero che non è qui, e dunque saremo sempre in cammino per tendere ad esso. In queste settimane sarà importante tenere alta l’attenzione, immaginare insieme spazi d’incontro comuni, momenti di condivisione che affinino la marea che abbiamo dimostrato di essere.
Ci vediamo Mercoledì, come sempre, perché l’8 Agosto non è finito nulla: la partita è appena cominciata.

L’esito dell’incontro con il Sindaco Virginio Merola

riapriamo

L’incontro che abbiamo avuto martedì 29 agosto con il sindaco Virginio Merola non ha raggiunto l’obbiettivo.

Làbas ha bisogno di avere subito uno spazio per poter proseguire le proprie attività, di rimanere nel quartiere Santo Stefano e di mantenere la complessità progettuale che ci contraddistingue.

La proposta della Staveco che ci è stata fatta è una sfida ambiziosa e importante per questa città che siamo pronti a cogliere con la passione e l’energia che abbiamo dimostrato in questi cinque anni.

Tuttavia, è inaccettabile che Làbas debba attendere un anno per avere uno spazio, come se la nostra esperienza possa essere messa in congelatore per essere poi scongelata quando il Sindaco lo riterrà opportuno.

Se la Staveco irrompe nel dibattito pubblico come luogo di “rigenerazione urbana” che può ospitare esperienze non speculative, laboratori politici, sociali e culturali come Làbas è perché c’è chi ha lottato per anni, con le unghie e con i denti, affinchè si affermasse un modello diverso da quello a cui è abituata la politica e i palazzinari.

La stessa Staveco è stata oggetto negli ultimi anni di mirabolanti progetti, annunciati con brindisi e foto di famiglia, poi naufragati.

Sono cinquant’anni che la Staveco si trova in quelle condizioni.

Per questo motivo il minimo che possiamo esigere dopo anni di inutili discussioni con l’amministrazione sul futuro di Làbas è che nei prossimi giorni ci sia un impegno concreto, scritto e sottoscritto, che indichi tempi e modalità d’ingresso nello spazio.

La discussione in questo senso con l’amministrazione è aperta ed è solo all’inizio.

C’è un pezzo di città che è stanco di essere preso in giro, che si sente ferito da questa ingiustizia, e che quindi crede che Làbas debba avere subito una casa, anche temporanea, per poter continuare ad esistere.

Per fare questo abbiamo bisogno di tutta la forza che la campagna #RiapriAMOLàbas ha espresso in queste settimane.

Per questo motivo l’ Assemblea pubblica #RiapriAMOLàbas di ieri sera è stato un momento fondamentale per poter organizzarci a praticare questo obiettivo in vista della RiapriamoLàbas – Grande Manifestazione del 9 settembre.

Ci vogliono subalterni e pazienti, ci avranno agitati e creativi.

#RIAPRIAMOLÀBAS – GRANDE MANIFESTAZIONE – 9.09.17 – BOLOGNA

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Hanno sgomberato Làbas dopo quasi cinque anni di attività al Quartiere Santo Stefano, nell’ex caserma Masini che abbiamo rigenerato dopo 20 anni di abbandono delle istituzioni.

Hanno sgomberato uno dei laboratori politici, sociali e culturali più importanti e partecipati a Bologna, in una città sempre più mediocre, senza idee e senza futuro.

Ma i nostri corpi, le nostre vite, le nostre passioni e i nostri sogni non si fermeranno con uno sgombero. Lo dimostrano i migliaia di messaggi, attestati ed iniziative di solidarietà giunti in poche ore da tutta Bologna, l’Italia e il Mondo.

Il motivo è semplice: quello che abbiamo fatto in questi cinque anni è andato ben al di là dei muri dell’ex caserma Masini, ed è diventato un orizzonte di possibilità per tutti.

Ora è tempo di dare una risposta forte e determinata a quello che è successo ieri.

È per questo che abbiamo deciso di lanciare due appuntamenti: il 30 agosto ci troveremo per un’assemblea pubblica aperta a tutte e tutti, mentre il 9 settembre ci rimetteremo in cammino in una grande manifestazione nella quale tutte e tutti insieme andremo, con gioia e determinazione, a riprenderci ciò che è nostro.

*Per adesioni ed informazioni scrivere a riapriamolabas@gmail.com.

Qui l’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1396308287155571/
#RIAPRIAMOLÀBAS

THE POWER OF ASSEMBLAGE TRE IPOTESI A PARTIRE E OLTRE IL G20 DI AMBURGO.

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Che il G20 di Amburgo sia stato un vertice storico non c’è dubbio. Tuttavia, non per i risultati del summit ufficiale: la ben assortita parata di mostri – da Erdogan a Trump, da Putin alla Merkel – si è conclusa senza alcuna decisione rilevante. Lo stato di emergenza permanente che connota la sfera della sovranità politica e la crisi come paradigma economico non ammettono l’elaborazione di prospettive di lungo periodo. Piuttosto, è stata la marea ribelle che ha animato Amburgo ad aver conquistato il diritto a manifestare ed esprimere un dissenso radicale: la passerella si è da subito trasformata in un campo di battaglia tra la moltitudine ammutinata e l’impressionante dispositivo securitario messo in campo.

La cronaca di queste intense giornate è nota. Come ogni evento, non è facile dire quale sia l’orizzonte di senso che a partire da esso si apra proprio per la densità delle vicende e per la potenza che queste hanno espresso. Il rischio è quello di ridurre tutto alla singolarità del momento o di imbrigliarlo in una logica predefinita. Il G20 di Amburgo non è stato né l’uno né l’altro. Sicuramente la specificità del contesto – la città di Amburgo e la vivacità della società tedesca degli ultimi anni – ha avuto un ruolo determinante. Nessuno però avrebbe potuto dire in partenza come sarebbe andata. Anzi, in generale aleggiava un certo scetticismo rispetto all’opportunità di mettere ancora in campo percorsi di mobilitazione in occasione di un grande summit internazionale. “Am Ende entscheidet die Strasse”, alla fine è la strada a decidere. Quali indicazioni generali possiamo dunque cogliere a partire dal G20 di Amburgo? Quali sono quegli elementi non contingenti ma trasversali? Cosa rimane come terreno di pratica politica da percorrere oltre il summit? Tre sono le ipotesi che avanziamo.

Prima ipotesi: la dimensione urbana della produzione di resistenze.

La specificità di Amburgo è ben nota, una città ricca di occupazioni, spazi sociali, progetti di solidarietà e cooperazione dal basso. La dimensione del consenso rispetto alle proteste anti G20 è stata fortemente palpabile. Ovunque si potevano leggere cartelli di sostegno ai manifestanti e di rifiuto del summit, frutto sia della particolarità della città che del lavoro politico preparatorio messo in campo dalle diverse realtà tedesche. Anche quando i residenti di Amburgo si sono dati da fare la domenica mattina per risistemare le strade dopo le proteste non lo hanno mai fatto in opposizione alle manifestazioni dei giorni precedenti, semmai in supporto. Eppure Amburgo non ha espresso semplicemente una specificità territoriale, piuttosto ha rivelato in pieno il carattere globale della città contemporanea: non un luogo chiuso ma uno spazio aperto, attraversato da flussi e dunque immediatamente connesso ad una rete di dinamiche extra-cittadine. La dimensione urbana si è dunque mostrata come luogo di incontro fra corpi, produzione di alleanze, sperimentazione di pratiche politiche. Non a caso la polizia tedesca ha cercato in tutti i modi di immobilizzare i flussi, perimetrare gli spazi, spezzare le connessioni tramite una para-militarizzazione dello spazio pubblico che ha sganciato nettamente l’uso della forza da qualsiasi legittimazione del diritto. Da qui ne è nata una lotta per i flussi dello spazio urbano: alle zone rosse e blu, che delimitavano l’accesso ai luoghi del summit e sancivano il divieto di manifestare e radunarsi, hanno risposto i blocchi metropolitani del venerdì, che invece hanno violato le prescrizioni; alla pervasività dell’apparato di sicurezza ha fatto da contraltare l’imprevedibilità delle pratiche di sciopero sociale; alla paura e al terrorismo mediatico, messi in campo ben prima del vertice, si è opposta l’euforia collettiva dei manifestanti. Laddove si voleva spezzare, isolare, dividere si è generata cooperazione, solidarietà mentre i cosiddetti “grandi” erano confinati nei loro palazzi di vetro, il vero corpo estraneo rispetto alla città. La dimensione urbana sembra dunque rivelarsi come punto ottimale di incontro, scambio e alleanza. Non è forse un caso che proprio nelle città negli ultimi anni si siano sviluppate tante esperienze di accoglienza dal basso, mutualismo, neomunicipalismo, così come tentativi di regolamentazione degli spazi pubblici (decreti, ordinanze, fogli di via, gentrificazione).

Seconda ipotesi: l’esistenza di un terzo spazio.

Quello che è successo ad Amburgo ci testimonia che non tutto è riducibile alla terribile dicotomica alternanza tra il business as usual di matrice neoliberale e una prospettiva multipolare e neoconservatrice tra stati autoritari. Di più, è l’irruzione di una anomalia selvaggia che turba i sogni di chi pensava di aver eliminato qualsiasi voce di dissenso e di aver ricondotto tutto all’interno dei parametri della governance e della stabilità. Piuttosto la politica del rifiuto si è condensata in una moltitudine ammutinata che ha espresso tutta la sua potenza collettiva nella creatività del conflitto. Ognuno con i suoi metodi e sensibilità, nessuno in contrapposizione con l’altro. Si apre così un terzo spazio: non un soggetto, né un’identità o una forma organizzativa, bensì una superficie aperta di relazione che può essere attraversata da tutti (tanto dal precariato cognitivo quanto dal lumpenproletariat metropolitano) e che non appartiene a nessuno. Questo spazio di relazione e produzione di alleanze in continua mutazione si è dato attorno ad una serie di temi che negli ultimi anni sono stati centrali. Prima di tutto l’anti-capitalismo inteso come contrapposizione alle logiche del profitto e della competizione individualizzante, laddove invece si praticano esperienze di auto-organizzazione e mutualismo. L’aspirazione a un mondo senza confini, che si oppone al ritorno della dimensione nazionale del potere in nome di una solidarietà senza se e senza ma. Il rifiuto netto di un paradigma securitario tramite l’uso collettivo della forza: il riot metropolitano è stata la risposta dal basso allo stato d’eccezione proclamato dall’alto.

Terza ipotesi: queering politics.

Se esiste dunque un terzo spazio creatosi attorno ad istanze di emancipazione (dallo sfruttamento, dai confini, dalle ansie securitarie), occorre interrogarsi sul rapporto fra composizione sociale e organizzazione politica. Su questo occorre essere chiari: la partecipazione alle giornate di Amburgo ha ecceduto e sovrastato la capacità e la direzione delle realtà strutturate. Allo stesso tempo questo sancisce la fine della politica come organizzazione e il trionfo dello spontaneismo? No. Piuttosto cambia quello che è il ruolo delle soggettività politiche. Senza lo sforzo organizzativo per garantire il campeggio, i lavori del contro-summit, i blocchi del venerdì, la grande manifestazione di sabato, le cose sarebbero andate diversamente. Senza questi appuntamenti non si sarebbero create quelle condizioni di incontro all’interno delle quali si è potuta costruire un’alleanza dei corpi. Costruire spazi e occasioni di incontro non vuol dire determinarne l’esito, la processualità resta aperta. Femminilizzare la politica vuol dire quindi oltrepassare le identità predefinite, aprirsi all’altro, ricostituirsi all’interno di un fare in comune. Le assemblee – intese non come liturgia di “movimento” ma come momenti di incontro e cooperazione, nelle aule così come nelle strade – diventano dunque luogo di produzione soggettiva. Ogni traduzione è contingente: piuttosto che coagularsi attorno ad ipotesi complessive, la potenza moltitudinaria risulta di volta in volta attivabile in forme diverse e con obiettivi e composizioni differenti. La politica si fa queer. Non a caso in testa al corteo di sabato c’erano le realtà curde; il confederalismo democratico non ci invita forse a fare dell’orizzontalità e della partecipazione al di là dell’identità le basi di un modo diverso di stare insieme?

La centralità della dimensione urbana, l’esistenza di uno spazio sociale da attraversare senza pretendere di appropriarsene, l’esigenza di trasformare la politica in una processualità aperta e non identitaria. Se queste sono le ipotesi di pratica politica che possiamo ricavare dalle giornate di Amburgo, allora molte sono le sfide che si aprono davanti a noi. Riconoscere il carattere cittadino di molte delle forme di resistenza e alternativa contemporanea non vuol dire rinchiudersi nel localismo. L’esigenza di costruire connessioni, flussi e diverse geografie diventa quanto mai impellente. Come costruire dei network senza perdere la dimensione materiale che rende gli spazi urbani luoghi di incontro e soggettivazione? L’esistenza di un terzo spazio non equivale ad una sua immediata traduzione in forme politiche. Se la rappresentanza come forma di equivalenza fra soggetti ed organizzazione è morta a tutti i livelli (partitico, sindacale, di movimento), come costruire nuove forme di partecipazione in cui poter esprimere tutta la potenza sociale che ad Amburgo abbiamo visto assumere la forma del conflitto ma che altrove ha le sembianze del mutualismo, dell’organizzazione dal basso, della cooperazione? Infine, come ripensare le stesse soggettività politiche all’interno di diverse processualità? Attorno a quali nodi poter agire per creare le condizioni di nuove alleanze, per l’assemblaggio di nuovi corpi collettivi? Tutte domande rispetto alle quali Amburgo non fornisce risposte ma apre campi di sperimentazione politica. Non serve a nulla guardare indietro ma occorre coraggio per lanciarsi in avanti. In ogni caso, alla fine saranno le strade a decidere.

MARCIA NO ONE IS ILLEGAL, A BOLOGNA STIAMO COSTRUENDO UNA STRADA DIVERSA PER ACCOGLIERE TUTTI/E

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Una valutazione della straordinaria Marcia Bologna Accoglie – No One Is Illegal

Dopo l’entusiasmo della giornata di sabato, alcune righe per condividere insieme le nostre valutazioni sulla riuscita della marcia, che ha portato in piazza settemila persone dietro lo striscione “Bologna Accoglie – No One is Illegal”.
Accanto al successo numerico ci preme sottolineare la qualità della composizione: in primis la grande presenza di migranti, protagonisti orgogliosi di una mobilitazione che ha saputo mettere al centro e dare la meritata attenzione alla loro voce, piena di riflessioni, critiche e domande.

Ascoltando i tanti interventi al microfono, emerge una fotografia davvero poco consolatoria della condizione del sistema dell’accoglienza da un lato e della normativa sull’immigrazione e l’asilo dall’altro.
Quella per l’inclusione è una vera e propria lotta quotidiana, contro l’invisibilità, contro l’assistenzialismo ma soprattutto contro la privazione dei diritti elementari, come l’assistenza sanitaria, la residenza, il lavoro retribuito e il diritto di soggiorno.
Con i migranti e dietro di loro un corteo denso di esperienze e di valori positivi, composto da tantissimi singoli e da decine e decine di realtà indipendenti che ogni giorno lottano e lavorano per una accoglienza degna, capace di costruire reale inclusione e prospettive di futuro.

Questa ricchezza, variegata nelle pratiche, nelle appartenenze, nelle competenze, evidenzia chiaramente che sabato in piazza c’era la città di Bologna.
Un percorso aperto e pubblico, articolato in assemblee anch’esse pubbliche ed aperte, ma anche nuovo nelle forme della relazione tra soggetti, distante anni luce dalle forme della rappresentanza politica tradizionale – e non solo – vuote e lontane dalla realtà. Un processo pienamente dentro alla società, trasversale, democratico, che ha saputo rompere gli steccati, che è riuscito ad andare oltre all’indignazione, arricchendosi nelle differenze, oltre i minoritarismi, l’auto-rappresentanza, liberando il campo da ogni ipocrisia e ambiguità.

Nessuna speculazione sulla nostra pelle: né sulla pelle della città antirazzista né sulla pelle dei migranti.
Se infatti la marcia ha risposto all’ignoranza e alla malafede dei predicatori della paura e dell’odio capeggiati da Salvini, ha parlato chiaramente anche al partito responsabile della cancellazione dei diritti dei migranti. L’accoglienza pensata dal partito di Minniti e Orlando è il contrario di quella indicata dalla Marcia, perché è una accoglienza selettiva, che cancella i diritti residui dei migranti mentre reprime la libertà di circolazione bloccando le persone in fuga e consegnandole alla tortura, allo sfruttamento, alla miseria, alla morte.
Per questo è stato necessario ribadire che l’accoglienza non si declina certo nell’apertura dei nuovi CIE che anche la Regione Emilia Romagna ha approvato; chi è sceso in piazza l’ha fatto anche per chiarire che non si possono confondere due idee di società incompatibili.

“Bologna accoglie” – “No One Is Illegal” non è uno slogan neutro: significa innanzitutto affermare che bisogna uscire dalla gestione emergenziale dell’accoglienza; significa schierarsi contro i confini, contro la retorica della sicurezza, contro il razzismo di Stato, le politiche europee e nazionali che alimentano sentimenti di odio e costruiscono un impianto normativo che divide, criminalizza ed esclude; significa costruire canali di arrivo sicuri per i migranti; significa costruire una cittadinanza transnazionale per tutt@; significa rifiutare gli accordi del Governo italiano e dell’UE con dittatori sanguinari; significa opporsi all’applicazione della legge Minniti-Orlando senza se e senza ma.

Una scommessa vinta. Una sfida lanciata dal basso. Una piazza che ha scelto da che parte stare.
A Bologna stiamo scrivendo una storia diversa, con più voci e più corpi uniti dalla volontà di rifiutare un’Europa chiusa in se stessa, di sottrarsi alla trappola dei nazionalismi razzisti e costruire città aperte, accoglienti e solidali.
Siamo sulla strada giusta.

Cs TPO e Làbas Occupato

APPELLO ALLA PARTECIPAZIONE ALLA MARCIA DEL 27 MAGGIO PER UNA BOLOGNA ACCOGLIENTE E SOLIDALE

bologna accoglie

Pubblichiamo l’appello “Bologna Accoglie – No One Is Illegal” verso la marcia della Bologna accogliente e solidale contro muri e razzismo del prossimo 27 maggio.

Perché una marcia della Bologna che accoglie? Perché è necessario scendere in piazza in questo momento?

Perché crediamo vada data una risposta:

  • Una risposta al crescente razzismo ed alla retorica della paura;
  • Una risposta all’escalation delle politiche discriminatorie e securitarie in tutta Europa che, in nome della “sicurezza nazionale”, cancellano i diritti e la dignità di milioni di persone in fuga da fame, guerre, povertà, assenza di prospettive, persecuzioni. Una risposta a chi vuole un’Europa fatta di nuovi muri e filo spinato, di carceri speciali e hotspot per migranti da respingere e sfruttare;
  • Una risposta a quel vento freddo xenofobo che, in Italia come in Europa, prende la forma delle campagne elettorali permanenti fatte sulla pelle dei migranti, dei poveri, degli ultimi, al solo fine di conquistare qualche voto in più;
  • Una risposta al pericoloso scivolamento a destra delle politiche e del dibattito anche nel nostro paese: una risposta agli infami attacchi di cui è oggetto chi salva le vite in mare per scongiurare nuovi morti nel Mediterraneo;
  • Una risposta alle nuove ipocrisie del Governo Gentiloni sul tema immigrazione: una risposta alle leggi Minniti-Orlando – che comporteranno lo svuotamento del diritto di asilo e quindi la riduzione delle speranze di costruirsi un futuro migliore per chi arriva in Italia, il potenziamento dei CIE e quindi delle espulsioni – , una risposta ai rastrellamenti su base etnica visti negli ultimi giorni a Milano e a Roma.

Crediamo che non si possa restare indifferenti di fronte a quello che sta succedendo, crediamo che sia necessario scendere in piazza per andare oltre all’indignazione, per dire insieme che abbiamo scelto da che parte stare: contro i confini, la retorica della sicurezza, il razzismo di Stato, le politiche europee e nazionali che alimentano sentimenti di odio e costruiscono un impianto normativo che divide, criminalizza ed esclude le differenze; per la libertà di movimento per tutte e tutti, perché nessun essere umano possa essere considerato “illegale”; per una cittadinanza transnazionale che accolga tutti, unendo le piazze statunitensi contro il razzismo alle strade di Barcellona, i migranti che superano le frontiere ai percorsi di accoglienza, di solidarietà e di lotta per i diritti.

Le 160.000 persone scese in piazza a Barcellona al grido “vogliamo accogliere” hanno dimostrato la forza dei tanti e delle tante che rifiutano un’Europa chiusa in se stessa, che si sottraggono alla trappola dei nazionalismi razzisti e che reclamano un’Europa di città aperte, accoglienti e solidali.

Oggi più che mai occorre ricordare di restare umani, per non accettare misure, come quelle dell’ultimo decreto Minniti-Orlando, che discriminano ed escludono chi più si trova in difficoltà, considerandolo elemento di “degrado” di cui liberarsi.

Pensiamo che sia il tempo che Bologna, non solo per la sua storia, ma anche per il presente di impegno quotidiano di migliaia di cittadini, associazioni, reti di migranti, centri sociali, scuole di italiano, cooperative etiche, parrocchie, centri interculturali, dimostri con una grande marcia di essere dalla parte dei diritti e della solidarietà, indisponibile al ricatto della paura.

Invitiamo tutte e tutti coloro che condividono questo appello, ad essere sabato 27 maggio dalle ore 14:30 in Piazza XX Settembre, per una marcia della Bologna accogliente, aperta e solidale, contro muri e razzismo.

#BolognaAccoglie #NoOneIsIllegal

Evento FB: MARCIA DELLA BOLOGNA ACCOGLIENTE E SOLIDALE. CONTRO MURI E RAZZISMO

Per aderire: bolognaaccoglie.nooneisillegal@gmail.com

PRIMI FIRMATARI (in ordine alfabetico):

Accoglienza Degna, ADL-Cobas Emilia-Romagna, ALAB (Assemblea delle Lavoratrici e dei Lavoratori dell’Accoglienza di Bologna), Arte Migrante, Associazione Asahi, Associazione Polisportiva Dilettantistica Hic Sunt Leones, Associazione Prendiparte, Coalizione Civica per Bologna, Coordinamento Eritrea Democratica, Educatori Uniti contro i Tagli, Josephine Bakhita Emilia-Romagna Brothers and Sisters, Làbas, Libera Università Bologna, Link Bologna, Mondiali Antirazzisti, Next Generation Italy, Piazza Grande, Refugees Welcome, RitmoLento, Tpo, Vag 61 – spazio libero autogestito, YaBasta! Bologna.

Action Camp against G7 in Bologna

action camp

ITA – ENG

*Làbas sarà il luogo dell’Action Camp contro il G7 sull’ambiente che si terrà a Bologna*

Per due notti e tre giorni gli attivisti e le attiviste che da ogni parte d’Europa e del mondo vorranno partecipare alle mobilitazioni potranno campeggiare nell’ex caserma Masini.

* Làbas will be the place of the Action Camp against the G7 Environment Ministers Meeting in Bologna.

For two nights and three days, activists who from all over Europe and the world will want to participate in the mobilization will be able to camp in Làbas

▼ Qui di seguito il contributo di Làbas e Tpo

CHANGE THE SYSTEM,
NOT THE ENVIRONMENT!

Action Camp against Bologna G7
2017 June 09- 10-11

I prossimi 11 e 12 di giugno Bologna ospiterà il G7 sull’ambiente. I potenti della terra si riuniranno in qualche spazio perimetrato della città per discutere di temi centrali come il cambiamento climatico, le emissioni inquinanti, la tutela dei territori, l’agricoltura e l’alimentazione, il modello di sviluppo. Si tratta di questioni che riguardano la vita di miliardi di persone e che non possono essere delegate nelle mani di pochi. In questi mesi, infatti, l’Italia ospiterà una serie di Summit, mentre Amburgo a luglio ospiterà il G20. L’appuntamento bolognese sarà l’ultimo prima del summit tedesco.
A differenza degli anni passati, profondi sono i cambiamenti che hanno mutato il panorama internazionale e che rendono questi incontri particolarmente importanti. Il sogno di un mercato unico globale a trazione americana ha lasciato il posto ad un risiko di aree di influenza in concorrenza fra di loro. Accanto alla competizione economica si riaffaccia prepotentemente il fantasma della guerra. In questo contesto l’Europa costituisce lo spazio di intersezione di una serie di crisi che coinvolgono tanto il modello di sviluppo quanto le frontiere della cittadinanza. La promessa neo-liberale di una crescita infinita coniugata ad un benessere diffuso si è frantumata davanti alla dura realtà della stagnazione economica e delle politiche di tagli sociali e filo spinato. Ovunque sono spuntate pulsioni sovraniste che sembrano promettere una via d’uscita dall’incertezza tramite la ridefinizione di perimetri nazionali. Nulla di più illusorio. Il nazionalismo e il protezionismo si presentano come nuove armi per rinforzare una competizione internazionale sempre più aggressiva. Di fronte a questo quadro di profonda e strutturale incertezza, i summit mondiali dei prossimi mesi si pongono l’obiettivo di trovare una gestione flessibile del disordine globale.
Le politiche ambientali saranno certamente uno dei punti più discussi. In questi anni è divenuto sempre più chiaro come attorno ai temi ambientali si giochi una partita più ampia sul tipo di società che immaginiamo. Non a caso il meeting di Bologna avrà per oggetto l’agenda di Parigi sui cambiamenti climatici e l’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile ed è noto come rispetto all’accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni nocive l’America di Trump stia già facendo un passo indietro. La Shock Economy così come il Green Capitalism sono diversi modi in cui negli ultimi anni il capitalismo ha provato a fare dei territori, delle risorse naturali e della vita umana delle risorse da mettere a valore. È così che mentre si parlava di lotta alla povertà le disuguaglianze sono cresciute, mentre si discuteva di affrontare il problema della fame nel mondo veniva svenduta la sovranità alimentare dei popoli, alle politiche energetiche facevano da contraltare guerre per il petrolio, alla tutela dell’ambiente il cambiamento climatico e l’inquinamento di terre e mari.
Bologna ospiterà dunque un G7 i cui temi non possono essere delegati agli interessi di pochi potenti. Il summit non può ridursi ad uno spot pubblicitario per le politiche di agro-business che si prefiggono di cambiare il volto della città nei prossimi anni. Alle porte di Bologna sta nascendo la famosa Disneyland del cibo di F.I.CO. – ennesima grande speculazione immobiliare sulle spalle del territorio – e nel 2019 si svolgerà l’International Horticultural Exposition. Proprio il nodo dell’alimentazione, che interseca la qualità della vita con la crescente disparità di risorse tra ricchi e poveri, va affrontato nei termini di politiche sociali e non di affare privato.
Numerose sono le lotte che negli ultimi anni hanno rifiutato lo sfruttamento dei territori proponendo, allo stesso tempo, un diverso modello di sviluppo basato sulla cooperazione e i beni comuni – dalle lotte dei Sioux in Nord Dakota a quelle contro le miniere di carbone in Germania, la battaglia referendaria e sui territori contro l’istallazione di decine di Trivelle nel mar adriatico, la lotta contro il gasdotto TAP e l’espianto degli ulivi. Il G7 di Bologna diventa quindi l’occasione per praticare un momento di convergenza fra tutte quelle realtà locali e internazionali che lottano per fare dell’ambiente la nostra casa comune e non una risorsa da svendere. Le giornate di giugno possono diventare un passaggio all’interno di un percorso globale di opposizione a questo nuovo (dis)ordine mondiale che si auto-rappresenterà ad Amburgo. Per questo lanciamo un action camp presso Làbas occupato per il 9-10-11 di giugno e invitiamo a partecipare all’assemblea che si terrà a Bologna il 23 aprile per costruire tutti insieme una mobilitazione dal basso. Sarà l’occasione per unire le nostre forze, confrontare esperienze e prospettive, praticare l’alternativa. È tempo di agire, rimettiamoci in cammino.

Action Camp against Bologna G7
2017 June 09-10-11

The next 11 and 12 June Bologna will host the G7 Environment Ministers Meeting. The Earth’s powerful will gather in some restricted space of the city to discuss central issues such as climate change, air pollutiuon, land protection, agriculture and nutrition, the model of development. These are issues that concern the lives of billions of people and can not be delegated to the hands of a few. In these months, Italy will host a series of summits, while Hamburg will host the G20 in July. The Bologna event will be the last one before the German summit.
Unlike the past few years, radical changes have transformed the international scenario and make these meetings particularly important. The dream of a US-lead global single market has left space to a rush of areas of influence competing between them. Alongside the economic competition, the ghost of war overwhelmingly reappears. In this context, Europe is the intersection of a series of crises that involve both the development model and the frontiers of citizenship. The neo-liberal promise of infinite growth conjugated to widespread well-being has crushed in the face of the harsh reality of economic stagnation and social cuts and barbed wire policies. Wherever sovereign impulses emerge, they seem to promise a way out of uncertainty through the redefinition of national perimeters. Nothing more illusory. Nationalism and protectionism are emerging as new weapons to reinforce an increasingly aggressive international competition. In front of this framework of deep and structural uncertainty, the global summits of the coming months are set to find a flexible management of global disorder.
Environmental policies will certainly be one of the most discussed issues. Over the years, it has become increasingly clear how on environmental issues a wider game is played on the type of society we imagine. Not accidentally, the Bologna meeting will be about the Paris Agenda on climate change and 2030 Agenda on sustainable development, and it is known that Trump America is already making a step back on the Paris agreement on the reduction of harmful emissions. Shock Economy as well as Green Capitalism are several ways in which past few years capitalism has tried to make lands, natural resources and human lives worthwhile. So, when they spoke about combating poverty, inequalities grew; while they discussed about addressing world hunger problem, peoples’ food sovereignty has been undersold; the wars for oil were the counterpart of energy policies, climate change and pollution of land and seas as the counterparts of protection of the environment
Bologna will host a G7 whose topics cannot be delegated to the interests of few powerful. The summit cannot be reduced to a commercial for agri-business policies that aim to change the face of the city over the next few years. At the gates of Bologna, F.I.CO. – the so-called Disneyland of food – is being born (another real estate great speculation on the shoulders of the territory) and in 2019 the International Horticultural Exposition will take place. The crux of nutrition, which intersects the quality of life with the growing disparity of resources between rich and poor, must be addressed in terms of social policies and not of private affairs.
Numerous struggles in recent years have refused lands’ ecploitation while at the same time proposing a different model of development based on cooperation and commons – from the Sioux fights in North Dakota to those against coal mines in Germany, including referendum battle and local resitences against the installation of dozens of drills in the Adriatic Sea, the fight against the TAP pipeline and the olive trees removal. Bologna G7 thus becomes an opportunity to practice a moment of convergence between all those local and international organizations that strive to make environment our common home and not a resource to be sold. The June days can become a step in a global opposition to this new world (dis)order that will be self-represented in Hamburg. That is why we are launching an action camp at Làbas on June 9, 10 and 11, and we invite you to attend the assembly that will be held in Bologna on 23 April to build a mobilization from below. It will be an opportunity to unite our strengths, to share experiences and prospects, to practice the alternative. It’s time to act, let’s get on the road.

Làbas è in via Orfeo, 46 – Bologna – Pianeta Terra
Quartiere Santo Stefano Antifascista

Bologna accoglie – No one is illegal: marcia per l’accoglienza

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MARCIA DELLA BOLOGNA ACCOGLIENTE E SOLIDALE. CONTRO MURI E RAZZISMO. https://www.facebook.com/events/1908528812749146/

27 MAGGIO 2017 ORE 14:30 PIAZZA XX SETTEMBRE

Il 4 maggio scorso circa 200 persone hanno animato l’assemblea pubblica al Tpo per una marcia dell’accoglienza.
Tanti interventi, tante esperienze associative, collettive, personali, tante proposte da costruire, tanti temi su cui ragionare insieme. Tutti convinti della necessità di aprire un percorso di mobilitazione ampio per costruire una grande marcia per l’accoglienza il prossimo 27 maggio a Bologna.

Durante l’assemblea del 4 maggio abbiamo ospitato un intervento diNessuna Persona è Illegale, la piattaforma antirazzista milanese per la costruzione di uno spezzone sociale nella manifestazione del 20 maggio, che l’assemblea ha condiviso nella sua iniziativa autonoma rispetto all’appello ufficiale fatto dall’amministrazione comunale di Milano.
—> https://m.facebook.com/notes/nessuna-persona-è-illegale/nessuna-persona-è-illegale/374723619589048/
Il sindaco Sala infatti si paragona alla sindaca spagnola Ada Colau, ma la giunta milanese proclama accoglienza senza praticarla nei fatti, come invece si fa a Barcellona attraverso la cooperazione con le realtà sociali, le scelte politiche concrete per rifugiati e migranti, la condivisione di percorsi solidali e di lotta radicati nella società, l’opposizione alle politiche europee securitarie e xenofobe, la disobbedienza alle leggi che escludono e restringono dissenso e libertà, come ci hanno raccontato i compagni diBarcelona en Comú in collegamento web con l’assemblea bolognese, invitandoci anche a partecipare all’evento “Fearless Cities” dal 9 all’11 giugno a Barcellona.
—> http://fearlesscities.com/

Negli ultimi giorni tra Milano e Roma abbiamo assistito a episodi gravissimi di razzismo di Stato: i rastrellamenti etnici in stazione centrale a Milano e la morte di Nian Maguette durante un blitz della polizia municipale di Roma Capitale non possono lasciarci semplicemente indignati.
Bisogna agire e opporsi fermamente alle misure politiche che stanno colpendo i migranti e le fasce più povere della società, che alimentano sentimenti di odio, che costruiscono un impianto normativo che cancella diritti e divide cittadini in serie in base a reddito e colore della pelle, che criminalizzano chi non è compatibile con il “decoro urbano” imposto dall’alto dei ministeri, delle questure e dei palazzi delle amministrazioni. Non vogliamo vedere ripetere queste immagini, né a Bologna né altrove.

Mentre le persone in fuga da guerre, fame, povertà e crisi ambientali crescono di giorno in giorno, assistiamo ad una crescita esponenziale di politiche della paura in tutta Europa: in nome della “sicurezza nazionale” i diritti umani di milioni di persone in fuga vengono quotidianamente violati. Vediamo quindi nuovi muri e fili spinati alle frontiere, carceri speciali per migranti come quelli ungheresi, migliaia di persone intrappolate in campi di fortuna in Serbia, Macedonia e Grecia, accordi bilaterali con paesi poco sicuri e poco democratici come la Turchia di Erdogan, l’Afghanistan o il Sudan. Contemporaneamente, mentre il numero di morti nel Mar Mediterraneo cresce quotidianamente, invece di interrogarsi sul come realizzare canali di arrivo sicuri, politici e giornali si lanciano in un attacco senza precedenti alle ONG “colpevoli” di salvare le vite in mare. L’Italia non è immune a tutto questo: il decreto Minniti-Orlando, da poco passato in parlamento, prevede misure che comporteranno una forte riduzione delle speranze di costruirsi un futuro migliore per moltissimi richiedenti asilo in Italia. L’abolizione del secondo grado e lo svilimento del primo grado di giudizio in caso di esito negativo in commissione ed il forte potenziamento dei centri di identificazione ed espulsione (prima CIE ora CPR – veri e propri lager per persone colpevoli solo di non avere documenti in regola) va nella direzione della negazione dei diritti, così come gli accordi del governo italiano con la guardia costiera libica e con i clan che controllano il deserto libico va nella direzione di aumentare i morti in mare e le terribili violenze che i migranti subiscono durante la loro permanenza in Libia.

Tutte queste misure, sia a livello europeo che nazionale, vengono giustificate con il crescente bisogno di sicurezza e la presunta ostilità dell’opinione pubblica verso i migranti. Noi crediamo invece che, come ci hanno dimostrato le 160.000 persone che hanno manifestato a Barcellona, ci siano nelle città europee moltissime persone che vogliono un’Europa che non si chiuda in se stessa, che non sia accondiscendente con il mostro del razzismo e del nazionalismo che le bolle in pancia; per un’Europa fatta di città aperte, accoglienti e solidali.

Crediamo sia necessario agire concretamente a partire da Bologna con una grande marcia il 27 maggio prossimo.
Per scegliere di schierarsi: contro i muri, i confini, la retorica della paura, il razzismo; dalla parte dei diritti, della libertà di movimento per tutte/i; per una cittadinanza transnazionale accogliente, dalle piazze statunitensi contro il MuslimBan alle strade di Barcellona, dai migranti che superano le frontiere ai percorsi autorganizzati di accoglienza e di lotta.